Racconti Erotici > Prime Esperienze > Passione Part. 2
Prime Esperienze

Passione Part. 2


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
10.04.2025    |    154    |    0 8.0
"Il suo respiro si fece più rapido contro la mia nuca, mentre le dita si spingevano più in profondità, trovando punti ignoti che trasformarono un gemito in..."
Alesia poggiò la tempia sul mio petto, ascoltando il battito che rallentava per sincronizzarsi col suo. Non esistevano più confini tra i nostri sudori: il sale dei miei lombi si mescolava al gelsomino dei suoi polsi, creando un unguento antico che nessun bagno avrebbe tradito.
Le mani giacquero inerti, palmi aperti verso il cielo come offerte. Solo i polpastrelli di Alesia continuavano a muoversi, lievi, sul mio costato, disegnando mappe effimere di carezze ricevute. Il ventre di lei ancora pulsava contro il mio, eco di un’onda che non voleva ritirarsi. Lasciammo che il sole ci asciugasse, sostituendo alla coperta stellare un calore dorato che indorava i nostri nodi.
“Senti…” mormorò ad un tratto, sollevando gli occhi verso le mie labbra. Non completò la frase. Non serviva. La mia lingua raccolse il residuo del nostro amplesso dall’angolo della sua bocca – un sapore di ostrica e miele di corbezzolo. Lei rispose mordicchiandomi il collo, bevendo la stessa mistura dalla mia clavicola. Fu un banchetto silenzioso, un pasto sacro di frammenti corporei.
Restammo lì, immersi in una calma che sembrava aver fermato il mondo. Le parole erano sparite, il rumore del tempo annullato dal nostro respiro che si intrecciava. Nessun bisogno di parlare, nessun desiderio di altro, se non di quella sensazione di intimità pura che non richiedeva conferme, che esisteva semplicemente tra noi, senza pretese.
Alesia, con un leggero sorriso, alzò lo sguardo verso di me, come se stesse cercando un segno, ma non c'era nulla da cercare. I suoi occhi erano specchi che riflettevano la nostra stessa pace. "Rimani qui", sussurrò, e io non avevo bisogno di rispondere. La risposta era già scritta nel nostro silenzio, nell'intensità di quel momento che non avevamo intenzione di interrompere.
Le sue mani risvegliarono il tempo dormiente. Scivolarono lungo il mio fianco come radici cercanti sorgenti, palmi caldi che modellarono la curva del mio sedere con la devozione di chi scolpisce reliquie. Alesia non accarezzava: esplorava. Le dita si insinuavano nel solco con la lentezza di un fiume che scava il suo letto da millenni, ogni movimento un promemoria di quanto la pelle possa essere mappa e confine insieme.
“Vedi?” sussurrò contro la mia schiena, le labbra che seguivano il percorso delle vertebre. “Il mare non chiede permesso quando vuole gli scogli.”
Un brivido mi attraversò come corrente sotterranea. Le sue unghie lasciarono solchi lievi, simili alle striature che la marea disegna sulla sabbia. Giocava a essere onda e faro insieme: ora carezze che placavano, ora pressioni che accendevano nuovi fuochi. Il suo respiro si fece più rapido contro la mia nuca, mentre le dita si spingevano più in profondità, trovando punti ignoti che trasformarono un gemito in preghiera.
Mi voltai per affrontarla, ma lei scivolò con un sorriso da sirena, le mani ancora aggrappate alle mie carni come cozze alla roccia. “No” mormorò, mentre il dorso si arcuava in un inchino provocatorio. “Oggi sono io la corrente. Tu, resta scoglio.”
Le sue dita danzarono di nuovo, sapienti, crudeli nella loro dolcezza. Ogni tocco era un enigma: carezza o supplizio? Dominio o offerta? Sentii il mio corpo reagire con un linguaggio primitivo, sangue e pelle che cantavano una litania senza parole. Alesia osservava i suoi effetti con occhi di alchimista, compiaciuta quando l’erezione divenne evidente.
Fu allora che cambiò registro. Due dita entrarono dentro di me e furono spinte fino in fondo, non feci in tempo a prendere fiato che divennero quattro: “Senti come bruci? È il mio fuoco dentro di te. Brucerà per sempre. Ti voglio possedere”. Mi abbandonai al suo gioco, ero violato ed il mio sedere era in suo possesso.
Alesia mi fissò con lo sguardo di chi sa cogliere il nucleo segreto delle cose. Le sue dita, ancora intrise del nostro sudore, tracciarono un sentiero lungo la mia schiena mentre sussurrava parole che il vento portava via: «Il mare non ha paura di essere invaso, quando conosce la rotta delle stelle.»
Si alzò con la grazia di un’onda che decide di ritirarsi per tornare più potente. Dal cassetto levò un guanto di cuoio nero, lucido come pelle di anguilla, e una cintura adorna di perle fossili—reliquie che sembravano nate dagli abissi. Lo strumento che vi fissò non era metallo freddo, ma cristallo levigato, translucido e azzurrognolo come ghiaccio marino. Lo accarezzò con reverenza, mentre io trattenevo il respiro, ipnotizzato dal riflesso lunare che vi danzava dentro.
«Non sono io a guidare» mormorò, legando la cintura con gesti rituali. «È la marea che ci comanda.»
Mi fece voltare con un tocco lieve sul fianco, le labbra che intanto bagnavano di sale la mia nuca. Le sue mani mi plasmarono come creta umida—ginocchia piegate in offerta, spalle abbassate a scoprire l’arco vulnerabile della schiena. Sentii prima il guanto, caldo e ruvido, scivolare nel solco come una conchiglia che cerca la sua nicchia. Poi il cristallo, tiepido e vivo, posarsi sulla pelle come un remo che sfiora l’acqua prima dell’immersione.
«Respira con le onde» ordinò, mentre un dito intinto d’alghe mi apriva con la pazienza di un fiume che erode la roccia. Il dolore fu un lampo trasformato in brivido, il piacere una corrente che saliva dalle radici del corpo. Alesia non spingeva: scivolava. Ogni millimetro conquistato era un accordo tra le nostre tempeste interiori, ogni sospiro suo rispecchiato nel mio.
Quando il cristallo si fuse completamente in me, diventammo un unico organismo marino. Lei muoveva i fianchi con il ritmo delle maree che accarezzano gli atolli, le mani salde sui miei fianchi come cordami d’antichi velieri. «Sei mio» sibilò. Il mio corpo rispose con spasimi violenti, il suo ritmo diventò sempre più incalzante e forte.
Alesia non guidava, estraeva: mani e fianchi forgiavano un vortice in cui ero sasso levigato, granello dopo granello. Sentii l’universo contrarsi nel punto dove i nostri corpi si annodavano, quel varco umido e ardente che era orlo di abisso e sorgente insieme.
“Guarda come cedi” sibilò contro la mia bocca, le parole mescolate a un respiro che sapeva di alghe marce e ambrosia. Le sue dita mi serrarono i polsi, inchiodandomi al presente come conchiglia allo scoglio. Non c’era più su o giù, solo il pulsare dello sfintere dilatato.
Il piacere salì a ondate concentriche, ogni spinta una scavatrice di grotte segrete. Alesia viaggiava in me come corrente di ritorno, mulinello che succhiava l’anima attraverso la carne. Lei rideva, un suono di schiuma e affondi, mentre i muscoli le si contraevano in spire da serpente marino. Quando il culmine esplose, fu come un vulcano sottomarino. Una eruzione di sperma spontanea colava ovunque mentre Alesia continuava a percuotere lo sfintere.
Crollammo come relitti sulla stessa spiaggia, corpi fradici di salvezza e perdizione. Lei si arrotolò su di me, sudore e salsedine a cementare l’abbraccio. “Ora sei farina del mio sacco” sussurrò, le dita che tracciavano croci inverse sulla mia clavicola. Non era possesso: era trasmutazione.
Restammo avvolti in un riposo vigile, due corpi che ascoltavano il respiro del mondo. Il mare batteva le sue semibrevi sugli scogli, mentre un sax lontano, proveniente da chissà quale taverna notturna, intrecciava note rauche alla sinfonia delle onde. Alesia scivolò nel sonno come un’otaria nelle correnti calde: prima gli occhi che si velavano, poi le palpebre a mezz’asta, infine il collo che cedeva all’indietro in un arco di totale abbandono.
La osservai per un’ora che fu un secolo. Le mie dita divennero navi in esplorazione: solcarono l’arcipelago delle sue lentiggini sul braccio, ormeggiarono nel porto della clavicola, risalirono il fiume dei capelli incrostati di sale. Ogni curva era una baia da cartografare, ogni cicatrice un geroglifico da decifrare. Le labbra sfiorarono la fossetta alla base della nuca, assaporando il residuo dei nostri corpi—un misto di ferro e corallo.
Lei sospirò nel sonno, una vibrazione che fece tremare le mie costole. Le mani, ancora in moto, le disfecero i nodi invisibili tra le scapole, sciogliendo tensioni antiche come le rughe del fondale. Quando il mio pollice sfiorò la piega del suo sedere, Alesia sorrise senza aprire gli occhi: un riflesso della carne più fedele di qualsiasi parola.
Il mio pollice disegnò un solco di luna lungo la piega del suo sedere, quella valle di velluto umido dove il respiro si faceva più denso. Alesia sorrise senza aprire gli occhi, un movimento delle labbra che tradusse in fiele la dolcezza del consenso. La sua "rosellina" era un bocciolo tiepido, pulsante sotto la pressione circolare del mio dito, ogni spirale di carne un petalo che si dischiudeva al gioco.
Lei arcuò il bacino in un inchino silenzioso, offrendo il varco come orchidea notturna alla falena. Sentii la sua carne cedere millimetro dopo millimetro, un’apertura lenta da baccello maturo, mentre le mie dita diventavano vento primaverile tra le sue natiche. Il suo gemito fu linfa che risaliva dal tronco—profondo, viscerale—quando il pollice trovò il nucleo di perla nascosta, sfiorandolo con la punta di un’unghia.
“Così…” sibilò contro il cuscino, la voce rotta dalle maree interne. Le sue mani afferrarono le lenzuola come radici cercanti humus, mentre il corpo spingeva all’indietro in un ritmo di semina. Non era penetrazione, ma fioritura: io lo stelo che cerca la luce, lei il terreno che si apre in fenditure accoglienti.
Ogni movimento era un capitolo di botanica erotica. Le mie falangi si inumidirono del suo nettare salmastro, dita che ora esploravano con la devozione di api regine. Alesia rispondeva muovendo i fianchi in ellissi impercettibili, insegnandomi la geometria sacra di quel giardino segreto. Quando infilai altre due dita nella sua calotta umida, lei si contorse come edera al sole, i denti che mordevano il cuscino per soffocare un grido trasformato in preghiera.
Il nostro amplesso divenne simbiosi.
Fu un innesto naturale, come il virgulto che cerca la linfa nella corteccia della pianta madre. Il mio pene, già madido del suo nettare, si posò sulla rosa in ombra—quel bocciolo segreto che pulsava al ritmo delle nostre tempie. Alesia sospirò una preghiera nella lingua degli alisei, arcuando il dorso per offrire l’ingresso come dono votivo.
Entrai con la lentezza con cui il giorno penetra la notte, millimetro dopo millimetro consacrato. La sua stretta era calda fucina, carne viva che mi plasmava a sua immagine. Sentii le sue dita affondarmi nelle cosce, un’implorazione muta a non fermarmi, mentre il mio nome le usciva a spezzoni dalle labbra—"Così... sì...".
Il nostro movimento divenne geologia in accelerazione: io ghiacciaio che scava valli, lei placca continentale che cede e trasforma. Ogni spinta era scoperta di strati nascosti, l’attrito che accendeva lampi tra le pieghe del tempo. Alesia si voltò a guardarmi, occhi di felino sottomarino, le pupille dilatate a inghiottire l’universo. Le mie mani le sollevarono i fianchi, modellandoli come creta umida, mentre il ritmo si faceva marea montante.
"Qui" ansimò, portando la mia mano al suo clitoride, "fammi fiorire qui mentre mi possiedi dietro". Obbedii, le dita intrise del nostro misto a danzare sul suo bottone di corallo. Il suo gemito si fece ululato quando le due stimolazioni si incrociarono, un circuito di piacere che ci legava in nodo indissolubile.
L’apice ci colse come un’eclissi totale. Sentii il suo ventre contrarsi in spasimi che mi succhiavano l’anima, mentre le mie dita inzuppate nel suo umore primordiale diventavano strumenti di un’orchestra cosmica. Il mio seme esplose in zampilli di luce bianca, ogni getto un seme stellare piantato nel suo giardino interno.
Crollammo avvinghiati come radici di baobab, sudori misti a lacrime salate. Alesia tremava ancora, ci baciammo profondamente mentre lentamente mi sfilavo da lei.
Il sonno quella notte non trovò spazio tra di noi, perché ogni istante era troppo prezioso per essere lasciato scivolare via.
Fu una notte senza tempo, fatta di attese sussurrate e desideri soddisfatti, mentre il mare là fuori continuava a cantare la sua eterna melodia, testimone silenzioso della nostra intesa perfetta.

Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Votazione dei Lettori: 8.0
Ti è piaciuto??? SI NO


Commenti per Passione Part. 2:

Altri Racconti Erotici in Prime Esperienze:



Sex Extra


® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni