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Dita nella marmellata


di Pprossa
27.03.2025    |    11.393    |    7 9.0
"La correggo: “Ho detto che non avrei fatto nulla con il mio cazzo, e non lo farò..."
Lei è in piedi appena fuori dal bagno e si sta tirando su gli slip. I suoi occhi sono incollati al letto, come se stesse vedendo qualcosa che le fa male guardare. Mi sta tenendo a distanza.

Rompo il silenzio: “Okay. Posso fare qualcosa per te?”
Si scosta i capelli dagli occhi, con uno sguardo sfuggente. “Per esempio?”
La pelle d’oca sale sulla sua carne mentre faccio scorrere le dita lungo il suo braccio, osservando il suo corpo che si contrae in risposta: “Lascia che ti faccia un massaggio. Non sto parlando di nulla di sessuale” insisto, anche se, ammettiamolo. Vedremo.
“Dai, c’è una bella atmosfera. So che sei ancora arrabbiata, ma almeno lascia che ti aiuti a rilassarti.” Mi occhieggia con sospetto. Bagni e massaggi non sono nel mio stile. Non sono bravo in questo genere di premure. Dubito fortemente della mia capacità di vendermi per ciò che non sono.
Ma devo scoprire qual è il problema. Ero con Letizia, ma non si faceva nulla.

“Forza” insisto, sedendomi con la schiena appoggiata alla testiera del letto. Accarezzo il materasso tra le mie gambe. “Siediti qui, così allenterò un po’ di quella tensione.”
Lei ci pensa un attimo, come se si stesse chiedendo se è una trappola. È giusto così.
Alla fine, cede e si sistema con il culo contro il mio inguine e la schiena di fronte a me. Il mio cazzo si contrae, ma lo tengo a bada.

Inizio dal collo, scostando i capelli. Lavorando sui muscoli tesi con movimenti lenti e mirati, mi costringo a pensare a questa operazione come a una canzone, con motivi diversi, ognuno dei quali è stato elaborato per creare un insieme armonioso.
Le mie mani passano sulle sue spalle e poi sulle sue braccia. Le massaggio i bicipiti sottili, poi gli avambracci e la parte inferiore, prendendomi il tempo necessario per i polsi, i palmi delle mani, ogni singolo dito.
Poi ricomincio e rifaccio tutto da capo.

A poco a poco, i suoi muscoli si sciolgono e i suoi respiri diventano profondi e regolari. Quando si sposta, sprofondando di nuovo verso di me, il suo culo struscia contro il mio cazzo, che è duro come l’acciaio.
Lei si irrigidisce subito dopo aver sentito la mia durezza.
“Non ho intenzione di farci niente. Promesso.”

Ripeto lo stesso passaggio, partendo dalle spalle, scendendo lungo la schiena, fino alle braccia e alle mani. “Appoggiati indietro” le suggerisco, e lei acconsente, posando il suo corpo contro il mio petto.
I suoi capelli profumati sono proprio sotto il mio naso. Faccio risalire le dita sulla lunghezza del suo collo, le infilo nei capelli sopra le orecchie, massaggiando il cuoio capelluto e le tempie.
Lei emette un gemito prolungato e si affloscia. Un palmo scende per sfregare la clavicola, mentre l’altro continua a strattonare i capelli.

Le sue tette si alzano e si abbassano mentre inspira ed espira, e vedo i suoi capezzoli inturgidirsi sotto il cotone della maglietta. Faccio scorrere le mani lungo i suoi fianchi e trascino il naso sulla sua guancia rosea. Le mani scivolano su un punto che la fa contorcere contro di me. Da sopra il tessuto della maglietta, sfioro il suo ventre morbido prima che le mie dita risalgano lungo le sue costole.
I suoi fianchi si spostano appena, e non ho dubbi che è eccitata. Probabilmente è già bagnata.

Cazzo, vorrei immergere le dita tra le sue gambe per scoprirlo. Ma non lo faccio.
Le mie mani si alzano di nuovo per incorniciare la parte inferiore delle sue tette e accarezzare la pelle tesa sulle sue costole. Non mi frega più un cazzo e alzo le mani per cingere i seni e dargli una lunga strizzata.
Lei si irrigidisce, ma la sua schiena si inarca ancora contro le mie mani.

Faccio scivolare le mani sulla curva dei suoi fianchi, fino all’interno delle sue cosce, e le divarico.
“Rilassati” le mormoro quando si tende.
“Cosa stai facendo?” chiede lei, piantando le mani sul letto.
“Ti tratto come una mia donna.” Il sapore è aspro sulla mia lingua.
“Non voglio...”
“Sì, lo vuoi.”

Lo sento nel suo respiro affannoso quando la punta del mio pollice lambisce il bordo dei suoi slip.
“Hai appena fatto un massaggio. Chi non vorrebbe godere dopo questo?”
“Hai detto che non l’avresti fatto.” Le parole escono lievi e cariche di accusa.
La correggo: “Ho detto che non avrei fatto nulla con il mio cazzo, e non lo farò...”

Faccio scorrere il pollice al centro delle sue mutandine, strofinando il suo clitoride con un’unghia smussata. “...Ma posso comunque farti godere.” Affonda i denti nel labbro. Ho un’illuminazione.

Avvicinando la bocca al suo orecchio, le chiedo con un filo di voce: “Sarebbe più facile se te lo imponessi?”
La sua mascella si irrigidisce e lo sguardo si abbassa. So cosa sta per dire un attimo prima che le sue labbra si schiudano. È nel lampo di vergogna che le riempie gli occhi. “Sì.”

Lo sapevo, cazzo. “Allarga le gambe.”
Le sue cosce si aprono per me. È questo il problema. Le piace quello che le faccio. La eccita.
L’interno dei suoi slip è caldo e già bagnato quando immergo una mano all’interno e passo le dita sui suoi umori. In un attimo, lei è con la testa riversa all’indietro sulla mia spalla.
Ha il fiato corto e i muscoli rilassati, fino alla piega delle ginocchia che tiene aperte le cosce cremose.

“Oh...” ‘Oh’ è proprio la cosa giusta da dire.
Chiudo gli occhi per contrastare l’impulso di capovolgerla e di spingere il mio cazzo in profondità. Ma non è possibile. Mi concentro piuttosto su di lei, facendo in modo che il suo clitoride sia ben lubrificato dalla sua stessa umidità prima di stabilire un ritmo.

So che sto facendo centro quando le sue cosce si aprono di più e le sue piccole mani si aggrappano alle mie gambe.
Mormoro contro la sua guancia: “Ti piace?”
La sua mandibola è allentata e le si forma un solco tra gli occhi. Non risponde.
Lascio che l’altra mano si insinui sotto la sua maglietta.

“Avrei lasciato che fossi tu a stare sopra” le dico.
Le prendo in mano un seno e sfioro con il pollice il capezzolo duro.
“Ti avrei mostrato come cavalcarmi, con calma e senza fretta. Avrei lasciato che fossi tu a dettare il ritmo.”
Il suo respiro si fa ancora più affannoso, i suoi fianchi sussultano. Oh, sì. L’idea le piace.
“Avrei giocato con il tuo clitoride, proprio così, finché quel tuo corpicino stretto non avesse iniziato a tremare.” Sogghignando sulla sua guancia accaldata, osservo: “Proprio come stai tremando ora.”

Quando le tolgo la mano dalle mutandine, lei sussulta: “Mah!...”
La zittisco, strofinando il palmo della mano sull'interno della sua coscia.
“Ci arriveremo.”

Era proprio sul punto di venire. I lievi tremori dei muscoli delle sue cosce sono di per sé una prova sufficiente, ma il modo in cui il suo bacino si dimena lo conferma.
Le concedo un momento, la faccio scendere da quel precipizio, prima di sfiorare con le nocche il cotone delle sue mutandine.
“Ne vuoi ancora?” Annuisce, mordendosi il labbro.
“Allora forse dovremmo togliere queste, non trovi?”
Aggancio le dita all’elastico degli slip, trattenendo un sorriso quando mi permette di trascinarli sui fianchi e lungo le gambe. Le sistemo sotto il cuscino come un piccolo regalo per dopo.
Un po’ di quella tensione ansiosa comincia a tornare, così capisco che è arrivato il momento.

Le allargo le cosce e mi rimetto al lavoro, osservando le mie dita che lavorano su e giù per la sua fessura fradicia. Anche lei lo sta guardando, con quei suoi occhi e le palpebre a mezz’asta, mentre compio dei cerchi stretti e mirati intorno al suo clitoride gonfio.
“Ti avrei fatta venire sul mio cazzo” aggiungo, godendomi l’effetto delle mie dita sulla sua fica rosata.
“Poi, una volta che ti fossi sciolta e bagnata per me, ti avrei fatta rotolare e ti avrei scopata per bene.”
Rabbrividisce quando le pizzico un capezzolo.
“Non ti avrei presa con durezza. Ma mi sarei assicurato che mi sentissi il giorno dopo.”

Quando ricomincia a tremare, tolgo la mano e sussurro un basso “Sss” sul suo collo non appena geme, alzando i fianchi verso il vuoto.
Lei emette un verso lamentoso, trafelato.
“Cosa stai facendo?” Affondo ancora un po’ le dita nella sua coscia.
“Ti sto solo stuzzicando un po’. Ti farò godere, ma devi portare un pochino di pazienza.”
Lei sembra tutt’altro che paziente, i suoi occhi brillano di una sorta di smarrimento. Le tiro l’orlo della maglietta.
“Forse dovremmo togliere anche questa, non credi?”
Lei non discute e mi permette di sfilarla dalla testa.

Ora ce l’ho esattamente come mi serve: arrapata, nuda e tremante sulla mia erezione. Un bello spettacolo. “Sei pronta per un altro giro?” Annuisce prima ancora che io finisca la frase.
Quando la tocco di nuovo, emetto un sibilo sommesso.
È bollente là sotto, così bagnata che probabilmente le coperte sono già tutte zuppe. Quando passo le dita sul suo clitoride, riesco a sentire le sue pulsazioni. Si muove contro il peso della mia mano, a caccia di un po’ di attrito, e io non la faccio aspettare.

Stavolta il mio tocco è leggero, i muscoli delle braccia sono tesi mentre passo le dita su quel fascio di nervi, con dei colpi decisi e furiosi del polso.
“Avrei tenuto gli occhi aperti” le confido.
Quando si appoggia contro il mio polso, lo ritraggo, mantenendo il contatto quasi impalpabile. I tendini del suo collo si irrigidiscono e si accentuano mentre affonda la testa nella mia spalla.
“Ti avrei guardata per tutto il tempo” continuo, con la voce ruvida. “Mi sarei assicurato che fossi soddisfatta.”

“Ti prego” ansima, inseguendo l’attrito della mia mano. Finalmente.
Tolgo la mano e la stringo a me quando lei mugola in risposta.
“Quasi” le assicuro.

Il mio cazzo potrebbe fare un buco da qualche parte in questo momento, ma c’è qualcosa che devo sentire prima di lasciarla cadere a pezzi.
Mi volto a guardare il suo viso arrossato e mi avvicino per sfiorarle il mento.
“Avanti.” le dico, tirandola verso di me. “Dammi la bocca.” Lei acconsente senza pensarci, con le labbra aperte e la testa inclinata di lato, permettendomi di leccare la giuntura.
La sua lingua è timida e lasciva, e preme appena contro la mia mentre la bacio. Mi prendo comunque ciò che è mio, unendo le nostre bocche mentre la mia mano torna sul suo sesso.
Sento la sua mano salire per avvolgersi nei miei capelli, poi ingoio il suo rantolo mentre strofino con forza e insistenza il suo clitoride.

Cazzo, lei dà i baci più mansueti, dolci e rilassati a prescindere dal ritmo o dalla foga del momento, come se si accontentasse di essere scopata con la lingua. È esattamente quello che le do, leccando dentro e fuori dalla sua bocca.
Le mie stesse parole escono affannate quando dico: “Poco prima di venire, mi sarei tirato fuori e avrei tolto il preservativo.” Sento che il suo corpo comincia a contrarsi, è così vicino al punto di rottura che sta fremendo.

“Non farlo” mormora contro le mie labbra, implorando così dolcemente. “Ti prego, non fermarti.”

“Avrei voluto toglierlo per poterti riempire.” Forse sto tremando un po’ anch’io, ma per la maggior parte è perché mi sto trattenendo. Non abbastanza, però. La mia voce si sta facendo troppo dura, troppo aspra, e i denti le raschiano il labbro con un ringhio.
“Avrei ficcato il mio sperma così a fondo dentro di te che ne avresti sentito il sapore in bocca.”

Cronometro alla perfezione la mia ritirata. Il verso che emette quando tolgo la mano è acuto: “Ti prego.”
È un lungo singhiozzo, pieno di frustrazione e agonia. Le scosto i capelli all’indietro, tenendo a bada la bestia selvaggia e aggressiva che ribolle sotto la superficie.
“Tu sai cosa voglio.” Lo sa. So che lo sa perché non mi guarda. Nemmeno mentre lo dice.
“Ti prego...Ti amo.”

Appoggio la testa all’indietro contro la testiera del letto e la porto a termine.
Quando si inarca contro di me e sta venendo, con la bocca aperta in un grido che altri sono destinati a sentire, mi limito a premere le dita sui suoi punti morbidi.

La lascio sul letto, con il fiatone, il viso arrossato e la fronte madida di sudore, e scompaio in bagno per farmi una sega. Quando riemergo, i suoi occhi mi seguono per la stanza. “Aspetta..”
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