Gay & Bisex
Qui puoi essere dominato

26.12.2024 |
8.997 |
12
"Sono al secondo anno ma non sono proprio in regola con gli esami"..."
Durante le vacanze, come ogni anno, sarei rimasto in ufficio. Era ormai la mia tradizione. Passavo le giornate a scrivere gli atti che sarebbero stati depositati alla ripresa e mi portavo avanti con le scadenze.
Non era necessario, certo, ma da quando avevo chiuso i rapporti con la mia famiglia – o, meglio, da quando loro li avevano chiusi con me perché un maschio, alto un metro e novanta e professionalmente realizzato non poteva, secondo loro, essere omosessuale - quel lavorio frenetico era diventato un’occasione per evadere dalla realtà.
Sapevo che, nonostante l’apparenza solida, le mie fragilità non passavano inosservate ed infatti, immancabilmente, anche quell’anno Lidia, la segretaria dell’ufficio, alla chiusura del ventitré s’avvicinò alla scrivania e, superando la distanza che aveva mantenuto per tutto il resto dell’anno, mi rivolse uno sguardo materno e carico di compassione.
“Allora, avvocato, le auguro di trascorrere buone feste”. Mi disse. “Mi scuso per il solito invito tardivo ma mi chiedevo se, questo Natale, non le andrebbe di trascorrere la vigilia a casa mia, con la mia famiglia, o, se per quel giorno ha già altri programmi, di venire almeno per l’ultimo dell’anno”.
La prima volta che m’aveva spiattellato in faccia la sua proposta gli occhi mi s’erano riempiti di lacrime ma ormai ero così avvezzo alla delicata invadenza di quella donna che mi limitai a sorridere con affetto.
“La ringrazio davvero, Lidia”. Risposi mentre le porgevo un cesto generoso. “Lei è sempre molto cara, ma ormai ho preso impegni. Porti però i miei auguri a tutta la famiglia e resti pure a casa fino all’Epifania”.
Anche quell’anno trasformai lo studio al civico numero due di Viale degli Olmi in un bunker.
Al market sulla strada adiacente comperai vino e snack, pane e salumi, oltre a dolci e frutta secca e, chiuse le porte e le finestre, senza distinguere più le ore di luce da quelle di buio, esclusi deliberatamente lo spirito del Natale dal rifugio e trascorsi tre interi giorni sul divano, tra vecchi film e opere liriche.
Ovviamente il fantasma di mia madre venne più d’una volta a farmi visita.
Aveva scoperto il mio piccolo segreto per caso, sobillata dalle insinuazioni di una vicina pettegola che m’aveva visto girare vicino alla spiaggia nudista di Palermo.
“Stanno parlando tutti quanti di noi”. Aveva esordito. “Mi devi solo dire se è vero”.
E dopo che avevo confessato e che ero quasi contento d’essere riuscito a levarmi quel peso dal cuore, m’aveva buttato fuori di casa.
“Sei solo un … Pensi di essere chi sa chi e invece sei solo un … Meglio che non parlo, signore Iddio!” Gridava. “Non ti voglio più vedere qua dentro. Per me sei morto”.
Non m’aveva fatto male. O, meglio, m’aveva fatto meno male di quello che m’aspettavo.
Però era cambiato tutto.
Io, l’avvocato Salvo Volpini, avevo trascorso quasi quarant’anni di vita a fare la collezione, per quella donna, di titoli e certificati e a ricercare in giro per il mondo il rispetto, il plauso, il successo e il denaro che m’avrebbero fatto conquistare l’amore di lei, ma ai suoi occhi, proprio come temevo, ero comunque “Solo un …”.
Così, di colpo, niente aveva avuto lo stesso significato di prima.
L’ultima notte dell’anno, un vento gelido calò sulla città semivuota, frusciando tra le strade fredde e deserte.
Attesi di smaltire la sbornia, sistemai lo studiolo e, sfidando il rigore dell’inverno, aprii le finestre per far cambiare l’aria.
Infine passai ad occuparmi di me stesso.
Nel bagno dell’ufficio avevo l’occorrente per rendermi presentabile: lavai i capelli, rasai la barba e mi soffermai a contemplare attraverso lo specchio i segni che quei dodici mesi avevano lasciato sul corpo bruno dell’uomo che vi era riflesso.
Nonostante l'età mi trovavo ancora piacente ed ero soddisfatto di come avevo lavorato sul mio aspetto.
Accarezzai le spalle larghe, le braccia muscolose e i pettorali villosi e, con le dita, scostai delicatamente la peluria dell’addome, proprio attorno all’ombelico, e scesi lungo l’inguine. Mi soppesai la minchia spessa e i coglioni cadenti e, infine, feci scivolare le mani lungo le anche, per raggiungere i glutei contratti e sentire al tatto le striature sulle cosce.
Ero fiero di me stesso, ma la voce di mia madre risuonava nella mente per ammonirmi contro le menzogne della vanità. “Sei solo un …”. Continuava a ripetere.
M’infilai dunque una delle tute che avevo lasciato in ufficio, uscii sul balcone per chiudere le imposte e controllare se qualche cucina fosse ancora aperta a quell’ora e decisi di concedermi una cena solitaria nel ristorante di ramen di fronte allo stabile.
Il locale era deserto così come la strada rischiarata dalla luce dei lampioni oltre la vetrata.
Un vecchio cinese intento a compilare il libro dei conti dietro alla cassa mi indicò con la penna il tavolo al centro della sala e poco dopo un ragazzo alto e straordinariamente esile venne a portarmi la carta dei ramen e mi fece scegliere un vino rosso corposo.
Aveva i capelli folti e ricci, era attraente e, nonostante il colore ambrato della pelle, esibiva tratti vagamente africani. Gli occhi verdi splendevano come smeraldi e le labbra erano grandi e carnose.
Indossava una divisa nera e un grembiulino stretto in vita che metteva in risalto un culetto piccolo ma formoso.
“Che mi consigli, giovanotto? Visto che stiamo per entrare nel nuovo anno insieme, mi voglio fidare di te!” Ostentai un sorriso smagliante che lui timidamente ricambiò.
“Pare che quello classico sia il più buono, signore”. Disse con un filo di voce.
“Pare?”. Domandai. “L’hai mangiato o no, ragazzo? Che suggerimento mi stai dando?”
“Ha dentro il maiale”. Rispose lui arrossendo. “Io non lo mangio”.
“Musulmano?”
Si limitò ad annuire.
“Va bene” Conclusi. “Allora vada per quello classico. E, visto che ci sei, porta pure una Coca - Cola così mi fai compagnia”.
Lui mi fissò guardandosi attorno come a volersi giustificare. “Signore, sto lavorando”. Obiettò.
Ero l'unico cliente del locale e, con tutta probabilità, per quella sera non ce ne sarebbero stati altri.
“Ehi tu!” Dissi rivolto al vecchio. “Visto che non c’è nessuno il ragazzo si siede con me. Va bene?”
Quello si limitò a fare spallucce e se ne tornò ai suoi conti.
“Tranquillo” Sussurrai. “Se entra qualcuno ti alzi” E vedendolo ancora titubante aggiunsi: “Con lui me la vedo io quando vado a pagare!”
Il ragazzo annuì.
“Allora, non stare lì impalato. Quanto vuoi farmi aspettare per questo ramen?”
Il giovane mi servì e prese posto proprio dinanzi a me.
“Mi chiamo Emanuele”. Disse mentre sorseggiava la sua Coca-Cola. “In realtà sono italiano, nato e cresciuto in Abruzzo, ma mio padre viene dalla Nigeria”. Aggiunse.
“Studi?” Domandai.
Cercavo di apparire disinvolto con le bacchette ma non ero mai riuscito a imparare ad usarle.
“Si, vorrei fare l’interprete. Almeno ci provo. Sono al secondo anno ma non sono proprio in regola con gli esami". Rispose. "Sai, quando uno lavora”.
Annuii. “E come mai la notte di Capodanno la passi qui? Cioè, non avevano certo bisogno di te stasera. Non c’è nessuno. Perché non sei tornato a casa?”
Emanuele parve esitare qualche istante.
“In realtà non posso tornare”. Confessò quasi sussurrando. “Non mi vogliono”.
Intento a raccogliere i noodles in fondo alla ciotola non mi ero accorto delle lacrime rimaste impigliate ai lati degli occhi.
“E che avrai fatto mai?” Incalzai, provando ad apparire simpatico. “Hai assaggiato il maiale?”
Lui rise di gusto ma poi tornò serio.
“No, no”. Disse. “Peggio. È più che ho fatto il maiale, ahah!”
Lo guardai interrogativo.
“È che sono gay”. Precisò. “E ai miei non sta bene. Non li sento più da un anno, ormai”.
Smisi di rimestare gli ingredienti nel brodo.
“Per la religione?” Chiesi.
Ancora una volta lui annuì: “Sai. Per noi … per loro non è tanto l’omosessualità. I corpi alla fine sono solo contenitori delle anime. È proprio l’atto, l'atto della sodomia intendo. È un atto di dominazione ed è vietato perché solo Dio può dominare un uomo, ma un uomo non può mai dominare un altro uomo". Proseguì. " Non so se capisci”.
Feci un cenno con la testa.
Il suo sguardo era diventato incredibilmente triste.
“E a te, invece, piace essere dominato!” Esclamai nel tentativo di smorzare la tensione.
Lui mi fissò senza ridere.
“E già”. Si limitò a dire e nascose il viso dietro al bicchiere della Coca-Cola.
Restai nel locale fino quasi alle ventitré quando il vecchio si avvicinò al tavolo zoppicando.
“Stiamo chiudendo signore”. Disse.
E poi, rivolto ad Emanuele: “Fa presto a sparecchiare e torna a casa, giovine. Fa molto freddo stanotte e tra poco non ci saranno più autobus”.
Lui annuì, mi salutò con un sorriso e, raccolti i piatti, s’avvio verso la cucina.
Saldai il conto e lasciai una bella mancia al vecchio, uscii dal locale e rimasi lì accanto, provando a fumare una sigaretta che il vento continuava a spegnere, fino a che il ragazzo non venne in strada.
“Sei ancora qua?” Mi chiese.
“In realtà ti aspettavo”. Dissi. “Ho studio proprio dietro l’angolo, sto dormendo lì in questi giorni. Cioè ho anche una casa, ma …” Mi resi conto che ero diventato confuso. “È una storia lunga. Diciamo che non vogliono neppure me” Aggiunsi con un filo di voce.
I nostri sguardi si incrociarono nella penombra della strada e restarono lì, spaventati e incuriositi come quelli di due persone che improvvisamente si riconoscono.
“Vuoi salire da me Emanuele?” Domandai. E mi resi conto che avrei potuto piangere se m’avesse risposto di no.
Ma lui, senza dire niente, mi prese la mano e si lasciò guidare.
Lungo il tragitto gli accarezzai le dita e così feci anche in ascensore, mentre salivamo nel mio ufficio.
Eravamo così emozionati che quando ci richiudemmo la porta d’ingresso alle spalle restammo uno dinanzi all’altro, impacciati ed commossi come bambini, fino a che non gli appoggiai le mani sui fianchi e finalmente lo baciai.
Fu un bacio di apnea prolungata durante il quale le nostre anime ricevettero ossigeno dalla solitudine.
Gli infilai le dita sotto ai vestiti e lo accarezzai percorrendo ogni centimetro della sua pelle.
Poi, lentamente, lo spogliai e lo lasciai in ginocchio dinanzi al mio sesso completamente eretto.
La luna era un disco opalescente oltre il vetro del balcone.
“Qui puoi essere dominato, se è quello che vuoi”.
Emanuele si avventò sul cazzo e se lo ricacciò tutto in gola grugnendo come un animale affamato alle prese con un pezzo di carne. Mi passò la lingua sull’asta, soffermandosi sulla cappella, e poi scese lungo le cosce, fino ai piedi scoperti.
“Prendimi, Salvo. Per favore.” Disse.
E senza farmelo ripetere m’inginocchiai dietro di lui, sopra al tappeto della stanza, e lo scopai in quella posizione alternando gli affondi lenti a colpi di bacino più ravvicinati, piantandogli i piedi sulla faccia e sbattendogli le palle contro al culo fino a che, sentendolo fremere come un ramo che avrei potuto spezzare, non gli venni dentro alle viscere.
Rimasi sopra al suo corpo caldo col cuore che galoppava dentro al petto e gli pesai addosso deliberatamente, coprendolo fino a che il sonno non giunse.
La notte ci svegliammo molte volte per fare l’amore e il nuovo anno, annunciato dai fuochi d'artificio che brillavano dietro la finestra, ci trovò ancora uniti e grati, finalmente, di non essere più soli.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Qui puoi essere dominato:
