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Gay & Bisex

Milano 3 - Lambrate


di jacdap
07.02.2025    |    46    |    0 9.2
"Mi abbordò lui, uscendo da lì, probabilmente scambiandomi per un altro o forse no..."

Non lontano da via Rombon è resistito fino a una dozzina d'anni fa il cinema a luci rosse Garden, poi chiuso dalla magistratura per favoreggiamento della prostituzione. C'era perfino una saletta sotterranea in cui si proiettavano su monitor dei video gay. Ero a Milano per lavoro e volli rinfrescare il battuage delle sale hard-movies, le pochissime rimaste. Negli anni precedenti in questo cinema non ero mai stato per cui era, diciamo, una novità per me. La vera novità è stato però l'incontro con un ragazzo con cui sono stato poi 6 anni, capelli corvini col ciuffo, occhi vagamente da marchetta, vivaci, un po' sfuggenti, denti bianchissimi che risaltavano nell'oscurità. Non aveva un atteggiamento sfrontatamente assatanato come molti altri anche se ogni tanto camminava rasente i muri perimetrali scrutando la platea.
In un angolo un anziano accucciato succhiava alternativamente quattro cazzi di persone disposte in circolo attorno a lui. Il moretto che aveva catturato la mia attenzione girava attorno al crocchio con lo sguardo fisso al suo interno. Poi vennero tutti, probabilmente in bocca o in faccia al pluripompinatore e il crocchio si sciolse. Io, assurdamente, mi avvicinai all'angolo ormai vuoto e provai una strana sensazione a vedere tutto quello sperma a terra ed un paio di fazzolettini. Tra le tende delle porte di ingresso qualcuno si rannicchiava tra i velami pesanti e sporchi e qualcun altro si abbassava i pantaloni lasciando solo uno stretto passaggio per chi non demordeva e voleva proprio non entrare o uscire per l'altra porta. Non vedevo più il moretto in giro per cui mi sedetti qualche fila avanti a guardare il film. Come altri, a un certo punto, estrassi l'uccello menicchiandomelo; ero comunque una persona che non dava tanto nell'occhio.
Il moretto, a passi felpati, si era infilato nella fila in cui ero e mi si era seduto a fianco mentre io, istintivamente, mi ero coperto alla meglio il cazzo che mi stavo lentamente menando. Gli guardavo gli occhi neri e i denti bianchissimi: era un coetaneo, forse qualche anno in meno e nella penombra che si faceva più luminosa a intermittenza, mi pareva bellissimo.
- Mi sono fatto il varesotto - disse.
Non capivo.
- Come?
- Eh sì... mi son fatto il varesotto - ripeté mentre infilava la sua mano sotto la mia sul mio uccello.
Non era certo la prima volta che mi prendevano in mano il cazzo, ma in quel contesto e in quel momento provavo un misto di piacere, insicurezza e inadeguatezza. Feci scivolare calzoni e mutande sotto le chiappe liberando la mia ragguardevole nerchia svettante; si abbassò guardandomi con uno sguardo strano, un po' lascivo, avrei detto e si mise a leccarmi il glande mentre da sotto, afferratemi le palle, le ruotava lentamente su loro stesse. Non era certo il mio primo pompino, ma non ricordavo una simile dolcezza, una delicatezza quasi amorosa tanto che quando, dopo qualche minuto, si era sollevato guardandomi sorridente, mi venne naturale prendergli le guance e baciarlo.
- Andiamo ai cessi - disse.
Sì, era più fine dire bagno, ma erano proprio cessi. Vinto l'iniziale disgusto, mi trovai a liberare il massimo della sua pelle che consentiva il non levarsi gli indumenti di dosso e mi ritrovai a baciargli i capezzoli, ad annusargli le ascelle e a baciarlo e a baciarlo e a baciarlo...
Non gli dispiaceva. Ora in piena luce, per quanto debole, potevo vedere che era davvero un bel ragazzo, probabilmente poco più che ventenne, con un uccello di non grandi dimensioni, ma con due palle grossissime. Non mi abbassai a succhiarlo, ripensavo alla oscura faccenda del varesotto, ma baciandolo in ogni parte e trovando un'incredibile fonte di energia nella sua pelle liscia me ne venni facendomi una sega. Lui prese a menarsi il suo uccello con rapidi e convulsi movimenti e venne a sua volta. Tornati in sala, chiacchierammo un po' e mi raccontò molto di se stesso. L'interesse/affetto per il moretto aveva assunto un'accelerazione spiegabile solo con la piacevole e disarmante novità (per me) della cosa in sé. Uscii con lui dal cinema e lo accompagnai in stazione centrale dove un treno lo avrebbe riportato alla sua città mentre io rimanevo a Milano. Ci accordammo per rivederci a metà settimana a mezza via. Fu un saluto treno-pensilina quasi alla Anna Karenina... affettuoso, quasi doloroso, speranzoso forse...
E ci si rivide e poi ancora e poi di nuovo e ci frequentammo per sei anni. Arrivai a conoscere anche la sua famiglia e lui la mia. Per i miei avevamo fatto il militare assieme, per i suoi ero un collega. Si chiamava Antonino, era irpino, agente di custodia, ultimo di 6 figli, 3 femmine e tre maschi. Le femmine si sposavano e se ne andavano, i maschi attraverso conoscenze e mazzette avevano trovato un mestiere sicuro: uno nei carabinieri, l'altro nella finanza. Per lui era rimasta la polizia penitenziaria, non proprio il massimo per una persona introversa ma dolce e sensibile come poi ebbi modo di capire. Per alcuni anni è stata autentica passione: lo scopavo in continuazione, più volte al giorno e fu anche per stare con lui che andai a vivere per conto mio. Come seppi poi, mi voleva un bene dell'anima; io probabilmente non quanto lui. Può essere che nutrissi nei suoi confronti un complesso di superiorità, di sicuro ero acerbo per le relazioni serie: le concepivo come un do ut des relativo al sesso mentre il sentimento era giusto un corollario limitato a quel momento. Quello che è successo poi non so quanto potesse essere evitato ma certamente non è stato possibile evitare il senso di colpa che mi ha accompagnato ogni volta che lo pensavo negli anni successivi. Ed è ancora così.
Il fatto è che aveva fatto un favore a un carcerato e poi se ne era anche un po' innamorato. Beccato e immediatamente licenziato, viveva di espedienti e si era messo a fare marchette. Non aveva più casa, dormiva in un garage assieme al custode, si prostituiva, rubava... Di tutto questo non mi disse mai nulla e io non fui capace di capirlo. Quando lo seppi, non fui né indulgente né tantomeno comprensivo e lo cacciai via. Si beccò l'aids e ne morì. Solo l'ultimo anno gli trovai una casa e lo assistetti per quanto mi era possibile; ma era tardi... tardi in tutte le maniere. Ha affrontato con forza il suo calvario insegnandomi come morire, nonostante tutto, con dignità. La vita per me è andata avanti come è giusto che fosse ma mi accompagna tuttora la consapevolezza che per cambiare le sorti del fato forse al momento giusto sarebbe potuto bastare un gesto, una parola...

Ma a 30 anni non si riesce a essere tristi troppo a lungo. Complici la mia indipendenza economica, il mio carattere allegro e il mio fisichetto niente male, cominciai a collezionare molte avventure colle quali appagavo i sensi ma non lo spirito: era evidente che, ora che l'avevo provato, cercavo qualcuno con cui avere, se non proprio una relazione, almeno una "storia" semiseria.
Conobbi Igor a Milano nientemeno che in un matinée pomeridiano alla Scala. Russo per parte di madre, era ballerino, un promettente talento. Non era affatto effemminato, ma aveva comunque qualcosa di femmineo nei lineamenti, nelle movenze, nella sensibilità. Mi avevano regalato due biglietti ed andai con una vecchia amica a vedere uno di quei balletti ottocenteschi che non mi piacevano per niente. Per la mia amica era normale, anzi doveroso alla fine passare per i camerini, cosa che io non avrei voluto fare. Non c'era molto affollamento, tuttavia me ne stavo lungo gli stretti corridoi molto incazzato con me e con lei sperando che ce ne andassimo presto. Lei era entrata in un camerino da dove usciva un vociare di donne, io ero fermo davanti a una porta chiusa. Mi abbordò lui, uscendo da lì, probabilmente scambiandomi per un altro o forse no. Non lo seppi mai né volli mai chiederglielo.
- Ti sono piaciuto?
L'ho guardato come se emergesse da un buco nero
- Sei il protagonista?
Si meravigliò della domanda:
- Pensavo mi conoscessi...
- Ti conosco adesso se vuoi...
- Sono Igor***
- Jacopo e non amo i balletti... i ballerini però potrei amarli...
Rise. - Sai che mi piaci?
- Bè, anche tu.
- Abito in via Feltre*** con mia sorella che non c'è quasi mai. Vorresti venire da me per un drink?
- Ah si dice così adesso? - e risi anch'io - Sarò lì verso le 6 e mezza.
Mi accolse in maglietta e calzoncini. Aveva un corpo stupendo, due occhi nocciola limpidi sotto una bionda zazzera sbarazzina, uno sguardo, ora che era struccato, vagamente ingenuo, un sorriso smagliante, una vaga peluria biondiccia un po' ovunque e due chiappe, inutile dirlo, da urlo.
Abitava in un casermone molto anonimo, in un appartamento il cui arredamento era quanto di più kitsch ci si potesse immaginare. Aveva perfino un letto a baldacchino. Prendemmo il caffé in tazzine di onice seduti sulla moquette in un mare di cuscini in un angolo di una stanza piena di attrezzi ginnici. Indossava una maglietta larga col collo tagliato largo e calzoncini molto sgambati come quelli dei giocatori di basket degli anni '70 indossati senza intimo e piuttosto bassi in vita. Era molto sexy. Mentre parlava aveva posato un piede su una panca ed aveva teso la gamba accennando a una flessione dell'altra cosicché si vedeva benissimo l'uccello che usciva da sotto. Mi fu presto chiaro che dietro l'apparente ingenua nonchalance, a modo suo, attuava una smaccata operazione seduttiva per cui decisi che sarebbe stato bene che il gioco l'avessi condotto io fin da subito. Mi alzai rapidamente e gli afferrai con una mano cazzo e palle da sotto e con l'altra gli presi le guance stringendogliele un po' e mordendogli le labbra chiuse a culo di gallina. Seguì un bacio lunghissimo, quasi estenuante, fatto di succhiamenti reciproci di lingua e mordicchiamenti multipli di labbra. Nel frattempo lo avevo denudato ed ero passato a succhiargli dolcemente il collo, a mordergli i capezzoli, a leccargli l'addome tesissimo e ad ingoiargli l'uccello. Non era molto dotato ma era un cazzo ben fatto, bello dritto con una bella cappella morbida anche quando il cazzo era duro. Me lo spupazzai finché mi pareva stesse per venire e allora passai al buchetto. Era una rosellina perfetta, con pochi peli biondi e un odore vagamente di lavanda. Lo slurpai a fondo e poi infilai il pollice. Si irrigidì e allora ripresi a leccarglielo col pollice dentro finché si rilassò di nuovo.
- Sono vergine... - bisbigliò.
- Ma non hai l'imene - dissi ridendo e ripresi a baciarlo sempre col pollice nel suo retto.
- Andiamo sul letto - aggiunse.
- Sinceramente preferirei qui perché con quello che ho intenzione di farti temo che il baldacchino ci cadrebbe in testa.
Mentre mi spogliavo gli chiesi se aveva del lubrificante e dei preservativi.
- Né l'uno né gli altri - disse - non pensavo si facesse questo...
- Allora tira fuori i rosari... non è per questo che mi hai invitato qui? - dissi ridendo.
Mi rispose fiondandosi sul mio uccello che era bello tosto e dimostrandomi che, in effetti, le pompe le faceva da dio. Sebbene avesse fatto ad artisti e manager pompini a bizzeffe ancora nessuno se l'era trombato. Gli chiesi se aveva una crema per le mani e quella l'aveva, i profilattici li avevo io per cui gli dissi che era ora che prendesse un cazzo in culo. Mi guardò per un attimo sorpreso, poi sbalordito, poi iniziò a balbettare che non lo aveva mai fatto e l'uccello iniziò ad ammosciarglisi. Pensai:
“Sta a vedere che non faceva il finto tonto, ha paura davvero....”
E allora cambiai tattica. Me lo tirai sul petto e tra un bacio e l'altro gli dissi che non c'era niente di obbligatorio che si dovesse o non si dovesse fare. Intanto ripresi ad aprirgli le chiappe e a titillargli il buchetto, poi lo rigirai a schiena sotto e gli sollevai i piedi. Era uno spettacolo. Ridendo gli dissi che un culo del genere prima o poi qualcuno glielo avrebbe rotto magari con violenza, per cui tanto valeva che lo facessi io con dolcezza. Senza aspettare risposta ripresi l'operazione di ammorbidimento salivare e punzonatura linguare. Nel frattempo mi ero infilato il condom e lui, sempre in estasi e ad occhi chiusi, non se ne era accorto come pure non aveva concretizzato che le dita con cui gli divaricavo sempre di più gli sfinteri erano abbondantemente intrise di crema. Baciandolo a fondo misi altra crema sulla cappella e lo infilai deciso. Non si lamentò più di tanto pertanto non ci andai leggero. E mentre mi chiedevo se non lo stessi strumentalizzando troppo lui venne. Allora lo strumentalizzai davvero con potenti affondi seguiti da una rapida sequenza di oscillazioni intrarettali che condussero in breve anche me all'orgasmo.
Mi sollevai da lui, tolsi il condom e mi pulii. Lui mi guardava con occhi trasognati, quasi amorosi e si mise a parlare delle sensazioni che aveva provato. Era un'analisi un po' troppo scientifica e la cosa stava dandomi noia. Mi chiedevo se questo ragazzo molto bello ma molto pedante mi piacesse o no e volli saperne di più e mi misi a fare una quantità di domande anche indiscrete alle quali rispondeva con precisazioni e allusioni sparpagliate e divaganti col risultato che io mi perdevo e alla fine era come se non mi avesse detto niente. Ma le carezze sulla sua pelle mi davano un'energia che si concretizzava subito a livello inguinale e, ovviamente lo scopai una seconda volta con lui prono. Gli afferravo le braccia e non potevo fare a meno di notare che, contrariamente alle gambe, erano modestamente sviluppate. Ma le chiappe in cui affondavo il mio bastone erano idilliache e mi divertii più volte a estrarlo totalmente e a reimmetterlo fino alla base. Non conclusi in culo, ma venimmo entrambi dopo un lungo 69.
Ci incontrammo più volte per un paio di mesi. Sarebbe presto andato a Mosca al Bolshoi per uno "scambio" biennale con un altro ballerino e dunque eravamo consapevoli entrambi che il nostro incontro avrebbe avuto un seguito molto breve. L'intimità tra noi era diversa ogni volta dalle altre. Seppure ciò che volevo capire di lui al principio era se mi piacesse o no, ora, ogni volta, era sesso diverso tanto che mi chiedevo se era un unico ragazzo che stava con me o tanti ragazzi insieme. E di questi quale era ad attrarmi e quale a respingermi? Non c'era volta che non scoprissi in Igor qualcosa di inaspettato e questo che dovrebbe essere un pregio per chi come me teme l'ottundimento dell'abitudine, alla fine non rispondeva al quesito che mi ero fatto: mi piaceva o no?
Ma di certo si era stabilito un legame e quando venne la scopata del commiato eravamo entrambi tristi perché era ineluttabile che non ci si sarebbe più rivisti, ma la tristezza presente in grado diverso in me ed in lui era da noi, pure in grado diverso, governata dal ragionamento. Igor presentiva il vuoto della nostra consuetudine appena iniziata, ma anche la nuova libertà che gli si apriva e le varie possibilità che ne sarebbero scaturite, specie ora che una seppur breve esperienza l'aveva fatta. Io, d'altra parte mi figuravo un suo futuro pieno di vocazioni sessuali e amorose che avevo contribuito a svegliare e mi trovavo a riconsiderare ciò che si era svolto tra noi alla luce delle sue esperienze future: capivo che ogni dettaglio della storia con me che aveva vissuto con abbandono, sarebbe stato ricordato e giudicato dal gay che sarebbe diventato nel giro di pochi anni. Ora Igor accettava tutto di me senza valutarlo, ma un domani non lontano ogni ricordo di me sarebbe stato sottoposto a confronti, distinzioni e giudizi. Ora avrei scopato per un'ultima volta un ragazzo inesperto per cui rappresentavo tutto il conoscibile, ma nello stesso tempo mi sentivo osservato dall'Igor di domani, esigente e disincantato che avrebbe magari pensato all'immeritata fortuna che mi era capitata ed il mio ricordo sarebbe stato tenuto vivo in lui dalla delusione e dal sarcasmo.
Per non essere sopraffatto da un'angoscia inquietante passai dall'autodenigrazione all'autoesaltazione, la qual cosa, per temperamento, mi riusciva bene:
“E no, bel culetto... sei tu ad avere avuto un'inestimabile fortuna ad avermi come primo e il mio ricordo come modello ti farà sembrare bolso, balordo e bietolone chiunque verrà dopo”
Con questi pensieri latenti, lo sculacciavo e non mi accorgevo che i suoi mugolii ed urletti erano diventate urla che imploravano di smetterla. Anche i morsi che diedi poi alle chiappe tornite e muscolose delle quali la contrazione da parte di Igor esaltava gli incavi laterali conferendo loro un'allure ancora più sexy, erano più spinti, al limite della violenza; come pure fu grezza e senza preparazione l'introduzione del mio bastone nel suo sfintere e aspro e duro l'andirivieni nel suo budello. E dicevo con fare sincopato tra un affondo e l'altro ciò che non avrei voluto neppure pensare: che non sopportavo la sua serenità alla vigilia del distacco e che di certo non vedeva l'ora di farsi sfondare da un altro cazzo.
Fui ingiusto e crudele ma lui non parve preoccuparsi più di tanto del mio cambiamento d'umore che forse giustificava e anzi mi diceva di non sciupare il poco tempo che ci rimaneva per stare insieme.
Allora, baciandolo ovunque, lo supplicai di perdonarmi e lo presi da sotto dolcemente e appassionatamente con la sua schiena sul mio petto e le mie mani che gli accarezzavano i muscoletti ad uno a uno quasi per ricordarmi la loro armonica essenza. Fu amore quella volta, non sesso, ed il mio svuotamento in lui come pure il suo sul suo addome teso rasentarono l'acme dell'appagamento. Ma non fu così per i miei pensieri. Tra il serio e lo scherzoso lo commiserai perché la pienezza che aveva conosciuto con me non si sarebbe ripetuta con la gente dappoco che avrebbe conosciuto dopo di me. E mi meravigliò non poco la sua risposta: anche lui compiangeva me perché la nostra felicità veniva da noi due assieme e, separandoci, ne saremmo rimasti entrambi privi. Per conservarla più a lungo non avremmo dovuto mai ripensarla e definirla dal di fuori.
Ma dal di fuori la rianalizzai mentre tornavo a casa: Igor per tutto il breve tempo in cui era stato con me non aveva scoperto me o il sesso o l'amore o i maschi, ma se stesso e, anche in mia assenza, questa scoperta, ormai iniziata, non avrebbe più avuto fine. Io ne ero stato solo uno strumento.
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