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Gay & Bisex

Il Mio Erasmus 6 - Una Sorpresa... di 25 cm


di TheStoryteller99
02.04.2025    |    5.027    |    5 9.2
"Ecco, questo è ciò che mi aspetto da Arold..."
Lo ammetto: in università ci sono così tanti di quei bei ragazzi – e uomini – che per un po’, durante la durata delle lezioni, mi sono scordato di Arold.
Le lezioni sono anche molto lunghe, di almeno tre ore l’una; perciò, concentrarmi su di esse non mi ha permesso di immaginare quale sorpresa Arold possa avermi preparato. Ci penso solo dopo essere sceso dalla metro – sì, purtroppo per il ritorno sono costretto a fare una strada diversa rispetto all’andata. E ci penso perché, appena metto piede sulla banchina, vedo un paio di ragazzi di colore che mi superano per entrare nel treno.
In quel momento penso “Arold!” e il mio cuore fa una capriola che non saprei ben definire. Ansia? Eccitazione? Lussuria? Felicità?
O amore? Forse, sarebbe meglio definirla infatuazione.
In ogni caso, il cuore accelera i suoi battiti, dunque è ovvio che qualcosa tra me e lui ci sia – o almeno il mio cervello inizia a inventarsi seriamente che ci sia qualcosa. Da Arold non ho avuto grandi conferme, anche se il gesto di accompagnarmi a lezione è stato abbastanza eloquente.
Ma non è detto che debba significare per forza qualcosa.
Intanto che la mia mente, e il mio cuore, galoppano così, sono uscito dalla metro e sto risalendo la lieve collina che si alza verso la palazzina dove vivo e che continua anche oltre. Non sono tornato a casa nemmeno per pranzo, sarebbe stato inutile vista la tempistica dei mezzi, e non vedo l’ora di potermi stendere e far riposare i piedi.
Entro nella palazzina, salgo le scale e finalmente sono a casa.
Trovo Arold seduto al tavolo di plastica che c’è in una rientranza del corridoio, l’unico punto in cui un tavolo e quattro sedie possono stare. Sta guardando il suo tablet, come al solito. Però questa volta è vestito, si è persino cambiato rispetto a stamattina.
Quando mi vede si apre in un sorriso. — Ehi, piccolo, ti stavo aspettando.
Vado da lui e lo abbraccio. Arold mi fa sedere sulla sua gamba, come se fosse una cosa normale, come se lo facessimo ogni giorno, e mi dà dei bacetti sul collo che mi fanno mugolare.
— Com’è andata a lezione? — mi sussurra.
A costo di sembrare fin troppo ripetitivo, continuerò a sottolineare quanto sia bello e piacevole ricevere questo tipo di piccole attenzioni. Nonostante io sappia che tutto ciò ha una data di scadenza, che tra un mese non ci sarà più Arold qui in casa… è troppo bello avere qualcuno che ti aspetta al tuo rientro. Qualcuno che se ne sta lì, seduto, ad aspettare che tu rientri da quella porta, e che poi ti abbraccia, ti bacia e ti chiede com’è andata la giornata. Soprattutto, è così bello ricevere questi gesti quando sei da solo, in una situazione del tutto nuova, in un altro stato dove persino la parola ti è stata tolta perché non puoi usare la tua lingua madre.
Non è la stessa cosa che tornare a casa dalla propria famiglia, dove puoi dare ed essere dato per scontato. Qui nulla è scontato, perché niente obbliga Arold a comportarsi in questo modo nei miei confronti; non abbiamo legami, se non l’affetto che sta decisamente crescendo tra noi due e che, ora, fatico a classificare come una semplice illusione della mia mente.
Racconto ad Arold delle lezioni e, be’, perché no, anche di tutti i bei ragazzi che ho avuto modo di ammirare. Lui sorride a questi miei commenti e mi stuzzica, dicendomi che non mi ha accompagnato a lezione per lasciarmi a fare la troia con gli altri.
— Preferiresti che la facessi con te? — gli chiedo per sfotterlo.
Il suo sguardo si fa più serio, ma comunque gentile e caloroso. Forse solo un po’ più animalesco. — Te l’ho detto che ti avrei fatto trovare una sorpresa, no?
Posso quasi sentire la sua libidine e la sua bramosia che salgono dentro di lui. Come se io brillassi come una luna piena che sta facendo uscire il suo lato animale, il licantropo infoiato che fin ora ha dormito sotto la sua pelle bruna.
Non so quali leggende abbiano sui licantropi, in Africa, ma io sono pronto a inventarne una tutta nuova con Arold.
— A proposito della sorpresa…? — Ho fatto la domanda in modo tale che lui risponda mostrandomi cosa mi ha preparato, ma Arold si limita solo a farmi scendere dalla sua gamba.
Indica la sua stanza. — Aspettami lì, la porta è aperta.
Faccio come mi è stato ordinato e vado nella sua stanza. Dato che sono accaldato dal tragitto per tornare a casa, mi tolto la giacca e lo zaino dalle spalle, poggiando tutto sulla sedia vicino alla scrivania. Tolgo anche le scarpe e i calzini, poi mi siedo sul letto di Arold e aspetto.
Dopo pochi minuti, Arold spinge la porta con un calcio e fa la sua entrata. Ha in mano due grossi piatti pieni di cibo: uno con un burrito pieno di carne scura e succosa, condita con insalata e qualche salsa; nella mano sinistra, invece, ha un piatto su cui ha posato diverse sfoglie simili a piadine, sulle quali stanno stesi mucchi di verdure, legumi, straccetti di carne, insalate miste e mais. Al centro di tutto questo c’è un lago di quella che credo sia salsa barbecue.
— Wow! — esclamo. — Hai preparato tutto tu?
Arold annuisce. — Questo è un tipico piatto etiope — dice indicando con la testa il piatto sulla mano sinistra — e questa, invece, è la tua sorpresa.
La mia sorpresa è il burrito. Ok, io amo i burrito, ma se ho imparato a conoscere un po’ Arold, in questi giorni, l’ho visto sempre creativo e abbastanza porco nelle sorprese. Un burrito è un po’ deludente.
Poi, però, mi accorgo di una cosa: la carne del burrito è molto scura e compatta. Come la sua pelle.
Arold posa il piatto etiope sulla scrivania e avvicina il burrito alla mia faccia.
Solo che il burrito, al posto delle normale carne, avvolge la sua di carne. Il burrito avvolge il suo cazzone in piena erezione.
Ecco, questo è ciò che mi aspetto da Arold.
— Mangialo in fretta, prima che si raffreddi — mi dice lui. Troneggia su di me con la sua mole fatta di muscoli e porcaggine. Il piatto su cui ha posato il suo cazzone è proprio in direzione del mio viso, posso sentire il sentore muschiato della sua pelle che si mischia a quello fresco e frizzante dei condimenti che avvolgono il suo cazzo.
Lui mantiene il piatto con le mani e mi lascia libero di maneggiare il burrito come più mi piace.
La prima cosa che faccio: lecco via tutta la salsa che gli ricopre la cappella, gustando il modo in cui il sapore della salsa (è la salsa ranch, lo capisco ora che la assaggio) si sposa con quello morbido e caldo del glande di Arold.
Divento via via sempre più vorace. Infilo la lingua sotto il glande, all’interno del burrito, e lecco il cazzone di Arold mentre insalata e mai finiscono nella mia bocca, annaffiati da stille di precum che Arold sta iniziando a secernere. Mi passa nella mente l’immagine di lui che schizza precum sul burrito, mentre io mangio tutto, anche quel condimento speciale che lui aggiunge. Con piccoli morsi stacco pezzi di tortillas e li mando giù, ripulendo la carne di Arold pian piano, senza fretta. Continuando così, mi infilo il suo cazzone sempre più in bocca, non posso fare altrimenti per avanzare e mangiare il resto del burrito; sono costretto a sentire il precum di Arold che cola sulla mia lingua in maniera sempre più copiosa, dissetandomi e fungendo da ottimo cocktail di accompagnamento a quella cena speciale.
Arold, d’un tratto, mi ferma. Stacca un pezzo di tortillas e se lo passa sulla capella, infradiciandolo di precum. Poi mi ordina di aprire la bocca.
Io eseguo e lui fa colare gocce di precum sulla mia lingua, per poi far cadere il pezzo di tortillas. Lo mastico con gusto, mugolando per il modo in cui il suo precum fa sembrare tutto più delizioso.
— Non hai idea di quanto ci saremmo potuti divertire, se tu fossi arrivato qualche mese fa, piccolo — sussurra Arold.
Io non riesco a rispondere perché, dopo aver ingoiato tortillas e precum, mi ritrovo con la nerchia di Arold ficcata fino in gola. La sua mano mi stringe i capelli e tiene la mia testa premuta contro il suo pube – odoroso di salsa, insalata e feromoni maschili. Gli ultimi pezzi di tortillas scivolano via e io ne approfitto per leccare via tutto ciò che ancora sporca di cibo la mazza del mio licantropo africano.
I movimenti della mia lingua e della gola fanno gemere Arold, che mi dice di continuare a fare ciò che sto facendo, anche se è tutto un po’ difficile visto che sta precummando come una fontana e io lotto tra l’ingoiare e il soffocare.
Quando sento di star per vomitare, Arold mi lascia andare.
Mi afferra il viso tra le mani e mi bacia. Mi bacia più teneramente di quanto mi aspettavo, non in maniera vorace e arrapata, ma sensuale, dolce, come se volesse dirmi di non svanire nel nulla con quel singolo bacio. E io lo ricambio, lo supplico di restare e non andare via, di rimanere altri cinque mesi qui con me, in questo nostro angolo di peccaminoso paradiso.
Ci stacchiamo controvoglia ed è allora che io dico qualcosa di inaspettato.
— Spogliati, amore — sussurro ad Arold.
Lui si ferma e mi guarda sorpreso. Io non capisco il perché di quella sorpresa finché lui non si denuda totalmente e si stende su di me, riscaldandomi col suo corpo.
— Dimmelo di nuovo — mi supplica.
Strabuzzo gli occhi. Ho davvero chiamato Arold “amore”!!
Oh, no. No no no. Questo è sbagliato, non posso davvero aver perso la testa e il cuore per lui. Questo farà male, sarà doloroso, è praticamente una condanna al rogo senza la stregoneria di mezzo. E quel rogo non mi brucerà, io resterò vivo in eterno avvolto dalle fiamme, sentirò il loro morso infuocato sulla pelle e sull’anima senza potermi sottrarre; e sarà lo stesso fuoco che ora mi incendia di libidine a ferirmi. O peggio, sarà quel calore più subdolo che sento nel mio cuore ogni volta che incrocio gli occhi di Arold, ogni volta che guardo la curva definita dei suoi muscoli e penso di piacere davvero a questo ragazzone che potrebbe avere i bonazzi più sexy di questo mondo.
Ogni volta che penso di essere stato scelto da lui e dal suo cuore, di avere il privilegio di baciare e fare porcate con questa montagna africana così sexy e così gentile, sensibile e romantica… il mio cuore si riscalda. E non riesco a immaginarmi senza di lui.
Io sono il bianco e lui è il nero. Lui sta lasciando una macchia nera dentro di me e io ne sto lasciando una bianca dentro di lui. Yin e Yang.
Capite perché non posso considerarlo il mio amore?
Yin e Yang esistono insieme. E non solo per un certo periodo perché, tra un mese, Yin deve tornare a casa sua, chissà dove.
Non so se Arold percepisce questa cascata impetuosa di pensieri e paranoie. So soltanto che mi guarda con quegli occhi scuri come il caffè colombiano. So solo che mi sta modellando a proprio piacimento, accarezzandomi come se fossi una zolla d’argilla proveniente dalla sua Africa e lui fosse una divinità nera che modella il primo uomo da amare.
E, come ogni divinità primigenia, mi soffia in bocca il suo alito di vita. — Dillo ancora, piccolo. Non preoccuparti.
— Amore…— mi esce dalle labbra in un sussurro strozzato. — Spoglia…mi. Amore.
Arold sorride. Senza dire una parola, e senza spostarsi da sopra al mio corpo, Arold mi sfila la maglia da sopra la testa. Poi è il turno della canottiera e subito dopo tocca ai pantaloni e alle mutande. Ora che a dividere i nostri cuori c’è solo la nostra carne, Arold mi abbraccia facendomi passare le braccia da sotto alla schiena e io avvinghio le mie gambe attorno al suo bacino. Ci rotoliamo sul suo letto, con le nostre pelli accaldate come unica coperta, e ci ricopriamo di baci a vicenda. Lecchiamo ogni punto dei nostri corpi che riusciamo a raggiungere, ma senza malizia, solo con delicatezza e affetto; ci muove la voglia di unirci l’uno all’altro, in tutti i cinque sensi.
Persino le nostre erezioni sembrano intrecciarsi, così come lo fanno le voci, i respiri e i gemiti.
Ci sussurriamo parole d’amore che fino ad adesso avevano sempre indugiato sulla soglia delle nostre labbra, parole che entrambi avevamo pensato l’uno dell’altro ma che nessuno dei due aveva mai avuto il coraggio di pronunciare, non fino a quando io non ho sussurrato il nostro primo “amore”.
Non badiamo ai corpi che sudano, al cazzone di Arold che stilla precum allagandoci in un lago di frizzante liquido trasparente, alla saliva che ricopre ogni centimetro di pelle.
Yin e Yang si sono uniti. E non si staccheranno così facilmente.
Lo facciamo solo quando entrambi siamo senza fiato, affaticati dall’amarci peggio di come lo saremmo se ci allenassimo insieme.
Arold guarda che casino ha combinato col suo precum e dice — Scusami — per poi mettersi a ridere.
Io gli dico di non preoccuparsi e poi raccolgo un po’ di precum con la mano. Glielo spalmo sulle labbra e mi allungo a baciarlo, per ripulirlo e gustarmi il suo bacio al gusto di precum. Dopo che mi stacco, Arold mi fissa sorpreso, la bocca lievemente dischiusa come se ancora stesse aspettando di baciarmi.
Gli faccio l’occhiolino. — Che dici, recuperiamo un po’ di energie?
Indico l’altro piatto che ha portato, lì tutto solo sulla sua scrivania.
Arold sembra ricordarsi ora di quel piatto. Si alza dal letto, il cazzone dure bello svettate che ondeggia coi suoi movimenti, e prende il piatto dalla scrivania. Quando si gira a guardarmi, col cazzo che cola precum senza fermarsi, vedo sul suo volto formarsi un sorriso da porco che mi fa presagire che il nostro divertimento è appena iniziato.
Si mette in ginocchio sul letto, posizionando le sue gambe ai lati del mio corpo. Il suo cazzo svetta in linea d’aria col mio e fa colare alcune gocce di precum su di me.
— Mettiti come me — mi ordina.
Mi alzo e mi metto in ginocchio, esattamente di fronte a lui, aspettando suoi nuovi ordini.
Arold posa il piatto sul letto, tra di noi, poi alza un braccio e mette la mano dietro la sua testa, mostrando l’ascella liscia e depilata. Con l’altra mano afferra un po’ di straccetti di carne e insalata, li bagna nella salsa barbecue e poi spalma il tutto sula sua ascella, fino al pettorale sinistro e al capezzolo.
Non ho bisogno di ricevere ordini per sapere cosa devo fare.
Poso le mani sui suoi fianchi e mi allungo a succhiargli il capezzolo. Lecco via la carne e l’insalata, masticandola piano così da graffiare delicatamente il capezzolo di Arold nel frattempo. E pian piano salgo fino all’ascella, dove affondo il viso per nutrirmi non solo del cibo che Arold ha preparato per me, ma anche del suo sapore muschiato ed esotico, quasi tribale, che mi parla di tramonti nella savana e bestie che si scatenano tra le ombre.
Lo sento muggire e piegarsi per prendere altro cibo. Non vedo cosa sta facendo, ma sento una scossa di freddo dove lui mi spalma la salsa e qualcosa di grumoso e pastoso.
Tutto il petto è pervaso da questa sensazione, con la mano forte e decisa di Arold che mi solletica prima un capezzolo e poi l’altro.
Quando ho ripulito il suo corpo dal cibo, è il turno di Arold di divorarmi.
Proprio come il licantropo che ho intravisto prima, Arold mi afferra le tette e ci si avventa sopra con le sue zanne.
Mi accorgo ora che mi ha spalmato salsa barbecue e fagioli bolliti, sul petto. Lecca la salsa con la lingua, massaggiandomi anche i capezzoli con la punta di essa, poi afferra i fagioli coi denti dandomi dei brividi laddove mi graffia la pelle e mi tira i peli. Per oltre due minuti rimane a mordermi i capezzoli facendomi strillare piano, sia di dolore che di godimento, anche dopo che mi ha ripulito dal cibo che aveva spalmato.
Dopo questi primi scambi, entrambi affondiamo le mani nel piatto e ci ricopriamo di cibo dalla testa ai pieni.
Poi Arold mi afferra e mi spinge sul letto, schiacciandomi col suo corpo e dando vita a un intreccio amoroso così porco, ma così erotico e romantico da rischiare di farmi sborrare senza toccarmi. Ci divoriamo a vicenda, mordendoci, assaggiandoci e leccando tutti quei punti che fino ad ora non avevamo nemmeno calcolato.
Torniamo a essere fradici di saliva e precum, fino a quando Arold non mi afferra le gambe e me le alza, esponendo il mio culo.
Sono completamente alla sua mercé, umido di precum fin dentro l’anima. Lo sento persino colarmi nel buco del culo e inumidirmi internamente.
— Sto per farlo, cucciolo — mi dice Arold guardandomi serio.
Io deglutisco, conscio del dolore che sto per provare. — Vai avanti, amore.
Lui sorride e vedo il suo sguardo sciogliersi di affetto. Mentre con la mano sinistra mi tiene le gambe alzate, con la destra si afferra i suoi 25 cm e punta la cappella contro il mio pertugio stretto e umido. Sento il suo cazzone che continua a precummare e ringrazio Dio per avergli dato così tanti doni, perché sono certo che, se Arold non avesse così tanto precum nelle palle, io non riuscirei a prendere il culo il suo bastone.
Arold spinge e la sua cappella inizia ad aprirmi.
Mi irrigidisco per la fitta di dolore, che fortunatamente svanisce subito dopo, per poi ripresentarsi con la seconda spinta. Sento il corpo spaccarsi in due man mano che Arold entra dentro di me e fatico a non boccheggiare per il dolore o a non urlare.
Più di una volta Arold mi dice che può anche smettere, che non è necessario che lui mi inculi, ma ogni volta io gli dico di continuare perché voglio essere un tutt’uno con lui.
Ci mette almeno mezz’ora ad entrare; mezz’ora di dolore infernale che mi infiamma lo sfintere e mi fa lacrimare gli occhi. Mezz’ora di strilli da parte mia e di parole confortevoli da parte di Arold.
Ma quando il suo cazzone è dentro di me fino all’ultimo centimetro, sento già il piacere che inizia a lottare contro il dolore.
Dico una sola parola ad Arold: — Sbattimi.
E le porte del Paradiso si aprono davanti a noi.
Arold inizia a stantuffarmi il culo senza pietà, stuprando la mia carne e gemendo di irrefrenabile piacere per quanto sono stretto. Il mio culo gli avvolge il cazzone in maniera perfetta, so che lo sto facendo impazzire di piacere e lui sta facendo impazzire me. Ogni colpo dentro il mio corpo è un falò di piacere che esplode; alla base del mio cazzo sento un solletico assurdo, quasi doloroso e insopportabile, che pulsa a ritmo con le spinte di Arold.
Deve essere la mia prostata, stimolata da quel bastone africano.
Nessuno mi ha mai fatto provare una cosa del genere e, quando me ne accorgo, inizio a gemere e urlare come una puttana in calore, peggio di come ho mai fatto in vita mia. — Sì! Sì! Sbattimi, scopami, amore mio!! Riducimi a brandelli tra le tue mani.
Le mie parole fanno ululare Arold di piacere, proprio come un licantropo che si sta scopando a sangue la sua nuova preda. Ed io amo essere il suo porcellino, pronto da sbranare.
Arold tira fuori il suo cazzone e mi fa mettere a pecora. Mi afferra il petto e mi tira su, facendomi inarcare la schiena proprio mentre torna a ficcare la sua bestia dentro il mio culo. Uno strillo mi scappa dalla bocca e Arold lo cattura in un bacio.
Le sue mani mi stringono le tette e si aggrappano ai miei capezzoli. Li sta stritolando in maniera così forte e crudele che li sento andare in fiamme; non posso guardarli, ma sono certo che hanno assunto un colore livido. Eppure, non mi importa quanto dolore il mio licantropo può infliggermi, perché il piacere è dieci volte più forte.
— Ti amo, cucciolo. Non ho mai scopato un culo così stretto — mi sussurra Arold all’orecchio. — Questa è la miglior scopata della mia vita.
— Allora sfogati, papi — gli rispondo. E catturo le sue labbra coi denti.
Eccitato e infastidito dal mio gesto, Arold mi sferra un ceffone sulla chiappa destra. Il suono riverbera nell’aria attorno a noi, mentre un gemito da vera troia mi sfugge dalle labbra. Col culo che mi brucia sia dentro – per gli affondi di Arold – che fuori – per il suo ceffone – io ormai sono in preda all’estasi più totale. Se per Arold non c’è mai stata una scopata migliore di questa e un culo più stretto e accogliente del mio, per me non c’è mai stato uomo o ragazzo che sia riuscito a farmi provare un tale piace nel prenderlo nel culo. Dov’è stato questo incredibile piacere, fino ad ora? Perché lo sto scoprendo solo adesso?
— Fallo di nuovo! — strillo ad Arold.
E lui mi accontenta. Lo sento sorridere anche se non posso vederlo. Un altro ceffone mi colpisce la chiappa destra ed io strillo di nuovo. Ora sono bocconi sul letto, culo tenuto in alto dal cazzone di Arold che potrebbe sostenere il peso del mio corpo; le braccia sono ai miei lati, inutili e flosce; la faccia è premuta contro le coperte del letto, intrise di precum e sudore, oltre che rimasugli di cibo.
Arold prende a sferrare ceffoni senza fermarsi, facendomi arroventare le chiappe e strappandomi gridolini di gioia, di piacere e di dolore.
Come minimo ho il culo diventato color porpora, se non direttamente viola. Immagino le manate di Arold che hanno disegnato un labirinto del peccato sulla mia pelle, e il pensiero mi fa eccitare così tanto che temo di stare per sborrare.
Cerco di girarmi verso Arold e lui si stende su di me, fermando il suo incessante stantuffare.
— Cosa c’è, piccolo? — mi sussurra accarezzandomi la faccia.
Tra un gemito e l’altro dico — Sto per sborrare, non ce la faccio più.
Lui mi bacia e dice — Resisti ancora un minuto, ci sono quasi anch’io.
Io non so se ce la faccio a resistere come Arold mi ha chiesto, ma faccio del mio meglio. Lui, però, non torna in ginocchio a scoparmi, rimane steso su di me affinché il suo cazzone penetri ben bene dentro il mio corpo.
Il piacere che provo aumenta a dismisura, perché così le sue spinte fanno strusciare il mio cazzo contro il letto e mi stimolano l’orgasmo.
— Arold, sto venendo! — urlo.
Sento le sue labbra tra i miei capelli. — Sborra, cucciolo. Esplodi sotto di me e io lo farò dentro di te.
Ed è proprio il segnale che stavo aspettando. Rilasso il mio corpo e sento il cazzone di Arold penetrarmi l’anima. Come se tutto il mio corpo fosse diventato un fascio di nervi del piacere, mi concentro sulle sensazioni goduriose che la sua carne dentro la mia mi fa provare, intanto che il mio corpo masturba quello di Arold. E il piacere si fa sempre più forte, cresce come un palloncino che viene eccessivamente gonfiato con l’elio.
L’orgasmo… oh quell’orgasmo! Tutt’ora è ancora il più intenso che avuto in vita mia, non importa quante volte io abbia tentato di replicarlo.
Non posso evitare di urlare, tanto è vero che oggi arrossisco di vergogna se penso a ciò che i nostri vicini potrebbero aver sentito. I miei strilli sono acutissimi.
Arold, dal canto suo, grugnisce e ruggisce come una bestia feroce, mentre il suo cazzone si contrae ed esplode dentro di me. Sento i suoi schizzi riempirmi il culo e la pancia, li sento gonfiarmi e premere contro il mio sfintere per uscire. Ma Arold tiene il suo cazzo ben spinto dentro di me, affinché nemmeno una goccia venga fuori.
Stremati, entrambi restiamo lì a riprendere fiato, col petto che ci scoppia. Voglio baciare Arold e fare l’amore tante altre volte, ma con la sborra sento di aver schizzato anche tutte le mie energie; e sono certo che Arold si senta nello stesso modo.
Dopo qualche minuto, Arold si toglie di dosso, ma mantiene il suo cazzone dentro di me – e, detto per inciso, ce l’ha ancora duro.
— Cavolo, piccolo. Davvero, è stato fantastico.
— Anche per me, amore. E non credere che questa sia stata la prima e ultima volta della serata. Ho intenzione di svuotarti ancora tante e tante volte, oggi.
Arold si piega verso di me e mi bacia, strizzandomi i capezzoli nel frattempo. — Non mi aspettavo altrimenti, cucciolo. Ma aspetta, devo tapparti il buco altrimenti farai un casino, qui.
Ridendo, si allunga per prendere un grosso plug anale da sotto una pila di pantaloni. Quel plug è enorme, è più largo del suo cazzone. All’inizio sono spaventato, ma poi mi sembra logico che lui mi tappi con un plug più largo del suo cazzo, altrimenti tutto scivolerebbe fuori dal mio culo.
Arold posiziona il plug accanto al suo cazzone, poi con molta rapidità tira fuori la sua mazza da dentro il mio corpo e ci spinge dentro il plug, senza badare alla delicatezza.
Sento una grande fitta dolorosa, prima che subentri un nuovo piacere. Con la pancia piena del seme del mio amore, mi giro per fronteggiare Arold faccia a faccia.
Lui si getta su di me e torniamo ad aggrovigliarci, tra baci e pompini.

Quella notte, abbiamo fatto l’amore altre sette volte. Ma Arold non mi ha più inculato, si è limitato a imbrattarmi di sborra o a dissetarmi col suo seme.

p.s: io e Arold abbiamo fatto un bel po' di porcate insieme, nel poco tempo che è rimasto a Barcellona. Volete leggerle tutte o preferite che vada avanti con la storia?
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