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La donna di potere


di Membro VIP di Annunci69.it Ginocondor65
13.02.2025    |    1.660    |    1 8.3
"Conosco la sua gavetta, la sua forza, la sua determinazione, ma conosco anche i compromessi che ha dovuto accettare per scalare la montagna..."
La donna di potere è spietata.
Lei sa. Lei comanda. Lei è padrona della scena.
È un gioco di specchi, se ci pensi. Una posizione ribaltata. E questo mi eccita.
Perché so quanto ha dovuto sgobbare per arrivare lassù, al centro direzionale.
Conosco la sua gavetta, la sua forza, la sua determinazione, ma conosco anche i compromessi che ha dovuto accettare per scalare la montagna. E oggi che, fiera, dirige la baracca, mette tutto sul tavolo, anzi sulla scrivania.
Sono seduto in anticamera, mentre la sua segretaria appare molto indaffarata.
Siamo in tre in questo salotto, che profuma di pelle nuova e gelsomino ovunque. La moquette è stata pettinata da poco.
Sul tavolino accanto a me una luce soffusa, quel tanto che basta per rileggersi un documento. Un bicchiere col coprimacchia e un tetrapack di naturale minerale. Non c’è spazio per i fronzoli, non ci sono le riviste che fanno il ricciolo agli spigoli.
Ci sono due pubblicazioni, una di viaggi estremi, molto elegante, l’altra sulle attività del gruppo, direi istituzionale.
“E’ impegnata” mi ha detto la sua assistente.
Le ho risposto con un sorriso. “Immagino” ho detto. Solo che il sorriso non era per il contenuto della frase.
E l'immagino era dedicato alla sua silhouette, per quel tacco nero, il collant che accarezza la sua intimità, la gonna che fascia il sedere a mandolino, la camicetta di raso di seta bianco, con un nodo morbido che si affloscia su un promettente paio di tette.
Il rossetto perfetto, l’occhiale calato sulla punta del naso, il boccolo del crine fiammato di rosso. Un bel bocconcino, rimugino. Niente di particolare, non per me che sono ormai su un’altra dimensione di maggior intensità.

Osservo gli altri due uomini che aspettano. Uno più maturo, non voglio dire anziano per carità. Perfettamente vestito con abito sartoriale, il fazzoletto bianco che sbuca dal taschino al petto, la cravatta simmetrica, profumo di fresco. Me lo immagino mentre se lo fa ciucciare da questa donna di potere. Quanto gli piacerebbe. Magari verrebbe subito, ma non è questo il punto. Se lei si prestasse ad assecondare quel desiderio come ha dovuto fare altre volte, per scalare il potere.
L’altro più un nerd, con la giacca, certo, ma anche col maglione. Provo a fantasticare un gioco a più mani, con lei, quella lei, ovviamente al centro. Ma subito si apre la porta e viene fatto entrare il nerd. Passano pochi minuti e quello se ne va, con un fascicolo in mano, mentre sbuffa… Tocca all’uomo d'esperienza, il prossimo sono io.
La segretaria parla quasi sottovoce, mentre risponde al telefono. Infonde tranquillità ovattata. È una tipa sulla quarantina, intravedo a malapena una scarpa comoda, il pc copre il mezzobusto, ma dal maglioncino in angora spuntano due zinne pronunciate. Stanno ritte come non puoi neppure immaginare, miracolo del push-up. Trascorrono i minuti, cinque, dieci. La porta si apre, l'arzillo vecchietto sorride ma si capisce che la mia fantasia non si è avverata. E adesso tocca a me.
Mi sono preparato per questo incontro. Ho la valigetta di pelle scura con finiture in coccodrillo. Ho portato alcuni documenti e un’offerta per aprire nuove relazioni commerciali. Sono consapevole che lei dirige un gruppo con 800 dipendenti, che tratta con i fondi sovrani di Paesi nei quali le donne non hanno diritti, che deve vedersela con un Cda agguerrito e con gli azionisti assatanati di profitti. Ma li tiene tutti a bada. Sa lei come farsi rispettare. E sono convinto che mentre parla al board lei sa, lei immagina che quelli a casa se lo menano, che si fanno sbocchinare dalle mogli o dalle cameriere, pensando a lei.
Quanto a me... Mi sono lavato a fondo, mi sono rasato l’uccello per dargli un aspetto glabro. Non si sa mai.

La penombra dell’ufficio è un’oasi protetta. Una pianta d’alto fusto. La lampada sulla scrivania di design. Lei si alza, gira intorno alla scrivania colma di dossier e viene a sedersi su una poltrona vicino al divanetto. Tra noi un tavolino basso di vetro spesso. “Un caffè?”, mi chiede, riferendosi all’assistente che appare rigida. “No grazie, vado di fretta”.
La porta si socchiude e rimaniamo soli.
“Dunque lei…” accenna.
“Mi dai del lei?”, le chiedo. Abbiamo un trascorso in comune.
Lei aveva già iniziato la scalata. Io curavo il marketing di un’azienda media, che collaborava col suo precedente capo ufficio. Eravamo in macchina, insieme, di ritorno da Torino. Parole in libertà, un pasto frugale appena fuori dall’autostrada, leggendo la guida del chilometro zero, la pioggia e un po’ di nebbia. “Non arriveremo mai a Roma con queste condizioni” avevo osato.
Lei aveva scosso i ciuffi: "Devo tassativamente essere a casa stasera, a qualsiasi ora".
Superata Bologna che già era notte, lei aveva chiamato il proprio compagno, spiegando che avrebbe fatto probabilmente tardi, quando d’improvviso eravamo finiti incolonnati per l’ennesimo incidente sull’Autosole tra Badia e Barberino. Una mezz’ora, un po’ di musica. Un’ora e qualche confidenza. Alle 2 del mattino, con fatica, avevamo scavallato l’Appennino e ci eravamo fermati al Motel appena fuori Firenze. Un posto poco elegante, ma funzionale.
Non era successo niente. E quella era stata la nostra miglior garanzia, anche se avrei desiderato massaggiarla fino all’alba. Avrei voluto toccarla nell’inguine, fino a farla bagnare intensamente. Avrei voluto donarle la mia crema calda. Invece niente.

Così eravamo diventati buoni conoscenti. Lei bella. Io diciamo che me la cavo. Lei in palestra tutti i giorni. Io più da vita salutare e qualche gin tonic la sera. Poi lei era diventata importante, era finita sui giornali. E io l’avevo contattata per il nuovo lavoro.
“Scusa se ti do del lei, ma sai, in questo mondo…”.
“Immagino”.
È stato in quel momento che lei ha divaricato leggermente le gambe. Una scarpa elegante, un tacco di pochi centimetri, molto professionale. La calza velata scura. La gonna non troppo stretta. Il mio sguardo è finito dritto al punto.
“Cosa fai? Ti ho dato del tu ma questo non significa…”.
“Sai cosa ti dico? Che sei veramente bella”.
Sento già pulsare nei pantaloni. Non con arroganza, ma quel senso che precede l’erezione.
Lei non si scompone. Ha la giacca che stringe un po’ sui fianchi.
Due pere che straboccano da un reggiseno a balconcino, non può essere altrimenti. Sono state quelle a colpirmi la prima volta.
“E allora dimmi” incalza.
“Cosa vuoi che ti dica” pronuncio, aprendo la borsa ed estraendo i documenti: “Sono qui per lavoro, anche se…”.
“Anche se?”.
“Anche se, te lo devo proprio dire”.
“Cosa?”.
“Ho una grande voglia di te”.
Lei non lo sa ma io mi sono masturbato stamani, prima di prepararmi.
Mi sono rasato e ho messo della crema profumata, dopo una doccia al gel esotico. Ho scelto con meticolosità lo slip e il look.
“Ti rendi conto di cosa stai dicendo?”, mi riporta alla realtà. “Sei in un ufficio esecutivo, con una Ceo che gestisce un fatturato di one billion. E cosa combini? Fai il cascamorto?”.
È tardi per tornare indietro. Il sasso l’ho lanciato. Non capiterà più un’occasione come questa.
“Vedi” le dico mentre mi alzo in piedi. Il cazzo sta diventando duro, il tessuto del pantalone cede. “A me di lavorare con te interessa fino a un certo punto. A me interessi tu. Adesso”.
Lei si alza, irritata. Fa per raggiungere la scrivania e sta per chiamare la segretaria.
“Aspetta” le dico. Si ferma. Ha la coscienza sporca, lo so. Perché quella notte, in auto, ci siamo lasciati andare comunque a delle confidenze. Io so che lei sta con un uomo più grande d'età. E non di poco. Uno che le ha dato solidità economica.
Uno ben introdotto nei circuiti che contano. Uno in odor di massoneria per intendersi. Ma io so anche che lei ha un vizio. Che pure il suo lui ha un vizio. Lei lo vede solo nel fine settimana. E quello la contempla. Piuttosto…
Le piace essere massaggiata e leccata, preferibilmente da una donna. E lui se ne resta in un angolo. Col cazzetto moscio che si alza solo quando lei ha le gambe divaricate. Quando l'amica della notte la lecca e le infila delicatamente lo strap-on nel culo. Quando lei ansima forte e lui allora, solo allora, ha un'erezione. E viene, subito. Ma lei non si lamenta. Potere dei soldi.
“Non sono una donna, ma ho imparato un massaggio…” alludo.
“Stronzo” sbotta lei. “Dimmi cosa vuoi e levati di qui”.
Non parlo. La osservo e inizio a sbottonarmi la patta dei pantaloni.
“Voglio vederti nuda”, le dico mentre mi avvicino alla scrivania.
Appoggio il sedere sulla sua poltrona di comando. Il suo cellulare si illumina, chiamata in entrata, silenziosa.
“Adesso non posso, richiamo io” dice mentre spegne il portatile.
“Apri la camicia” le intimo.
Tiro fuori il cazzo e inizio a toccarmi.
Lei esegue.
Ha un reggiseno color cipria ed emana un profumo di femmina da far svenire.
Lascia che i miei occhi si impadroniscano del suo corpo.
Faccio un semplice cenno e la gonna scivola a terra, lasciandola con le autoreggenti fini, senza l’elastico elaborato.
Ha una mutandina che non è perizoma. Con un gesto la faccio avvicinare. Le infilo il retro dello slip tra le chiappe e annuso la sua intimità. Mi alzo e ho un cazzo che non ammette tentennamenti.
Lei mi guarda, con odio. Sa che se io parlassi, buona parte della sua reputazione finirebbe alle ortiche.
Certo la sua carriera non subirebbe alcun arresto, ma nell’intimità quello che so potrebbe aprire una crepa inattesa.
Perché la sua amichetta in realtà è l’assistente. E l’assistente ha accesso a tutte le informazioni sensibili.
E io l’assistente me la sono scopata in macchina, più volte. L’ho portata con me negli hotel di lusso per farmela dare.
L’ho portata a cena allo stellato per poterle massaggiare le tette e il culo. Ho infilato il mio cazzo nella sua fica stretta, con un ciuffetto nero appena accennato, perché lei ama quel tipo d'intimità. Me lo sono fatto succhiare a più riprese, sborrandole in gola, in faccia. Lo schizzo caldo sul volto e le lacrime di sborra che gocciolavano sulla sua maglia di cachemere griffato.
È stata la sua assistente a dirglielo, tempo prima. E lei ha fatto pure la gelosa, con lei. Ed è stata l’assistente a fissarmi questo appuntamento. E adesso sono io che piego la top manager a pecora sulla scrivania e le annuso la fica.
Lecco il suo delicato culetto che immagino abbia ospitato membri nervosi e una quantità limitata di sborra come si conviene a una donna di alto rango. Insinuo la lingua nella sua passera che diventa subito calda. Mi alzo col cazzo ritto. Lei mi guarda girando appena la testa. Le faccio cenno di alzarsi. Adesso è davanti a me. La bacio con passione, infilando la lingua a forza nella sua bocca. Una lingua piena di liquido seminale che lei inizia a perdere.
Lei fa per inginocchiarsi, la furba. Pensa di cavarsela con un po’ di leccate di nerchia.
Le afferro il polso. La alzo nuovamente, le faccio uscire le tette sospese sopra il reggiseno a balconcino.
“Balla per me” dico.
E lei si figura una musica melodica, mentre riprendo a masturbarmi.
Ha un bel corpo. Ha una fica rasata da mano esperta. Si vede che è curata.
Mi metto nuovamente sulla sua poltrona e le faccio avvicinare. Immagino già di prenderle il culo, un po’ a spregio perché il sadismo vive in ciascuno di noi. Invece no, forse la faccio scatenare come un’amazzone.
La faccio sdraiare sulla scrivania. Inizio a massaggiarle il basso ventre con la mia mano sinistra. La destra pensa al mio cazzo.
I suoi seni morbidi si fanno tremanti. I capezzoli spuntano come funghi. Lei è tutta uno spasmo, ma non può godere come vorrebbe. Si vede che deve trattenersi, vista la situazione. Se iniziasse ad ansimare forte se ne accorgerebbero tutti.
E la storia correrebbe di gola in gola. E il suo lui sì che s'incazzerebbe. Perché è un cuck ma per il ruolo che ricopre non può permettersi di rivelarlo. Come inarca la schiena, con le tette che sembrano adesso meloni maturi, sento che il mio seme sta per sgorgare copioso. Mi infilo tra le sue cosce, lo appoggio appena sulle labbra bagnate della fica. Lo struscio in esterno, mentre lei freme in un crescendo che conduce all'orgasmo.
“No cocca, niente da fare” le dico mentre lo schizzo le macchia il ventre teso. Le gocce sono ribelli. Scivolano sulla scrivania. Macchiano il copritavolo in pelle, la radica che lo protegge e il suo notebook acceso.
Struscio la nerchia bagnata sull’interno coscia, quel tanto che serve per macchiarle pure la calza.
Lei mi guarda a metà tra lo stupito e il desiderio.
“Magari un’altra volta” le dico.
“Non ci sarà nessun’altra volta”.
“Dici?” la sfido. “L’aveva detto anche la figlia del grande industriale del litorale, nella bassa Toscana” sorrido.
“Ma chi, lei?”, risponde mentre cerca di ricomporsi.
“Certo. La zarina. Figlia di papà buona a poco. Tutti sanno chi se la ingroppava quando era una ragazzina. Tutti sanno che è frigida e deve fingere di avere storie normali per poter occupare ruoli di presidenza. Ma è Un bluff”.
“Ma dai…” replica mentre si richiude la camicetta.
“Sai com’è finita?”.
“No di certo” si affretta a recuperare il proprio stile.
“Te lo dirò la prossima volta".
"Non ci sarà una prossima volta, te l'ho detto".
"Sicura? Allora stasera ti porto in auto al parcheggio e ti lascio alla mercè dei guardoni, bella. Poi andremo a casa tua, come tutte le sere della settimana. E tu sarai ancora mia. E chiamerai il tuo lui facendogli pensare che ti tocchi e chiedendogli di masturbarsi per te. Con la videochiamata, come fai sempre. Mentre io ti lecco la fica. Ah, dimenticavo, buon San Valentino".
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