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Ricordando la quarantena Covid


di jacdap
18.03.2025    |    15    |    0 8.7
"Poi l'appuntamento davanti alla tv con l'aggiornamento della protezione civile..."

Chi ha letto altri miei racconti sa che vivo in campagna in una frazioncina a una decina di km dalla città, anzi, a un chilometro fuori dalla suddetta frazione. Ormai sono 7 anni che non ci sto più da solo, ma ci convivo con un ragazzo di 17 anni più giovane di me. Non avrei mai pensato di "metter su casa" con un uomo ma è capitato.
Ci eravamo conosciuti, è ormai una decina d'anni, quando avevo ceduto all'insistenza di un conoscente per andare con lui in discoteca. Già avevo quasi 40 anni e quel mondo decisamente non mi attirava più, comunque andai e qui lo conobbi. Anche lui era in compagnia, ma nessuno dei due andò mai in pista. Era giovanissimo, di quelli che in genere non guardo neppure, non alto ma ben fatto, un bello sguardo, ma un ragazzo come tanti. Fu al bancone del bar che mi accorsi che mi faceva "piedino" col ginocchio. Gli dissi qualcosa e parlammo un po'. Si chiamava Giorgio, con la "o" chiusa da cui dedussi che doveva essere pugliese. Lavorava a Milano e viveva da solo. Sembrava simpatico. Anche serio, non un "post-teen-ager" futile, soprattutto era abbastanza "maschio" e con un bel culo. Sì, era bassino di statura ma il culetto era un programma interessante... Questi pensieri me lo stavano facendo diventare duro... E mentre lui, in piedi, si era girato verso il bancone per ordinare un drink, io mi sono alzato dicendo che avrei fatto due passi e gli ho sfregato il bozzo dei miei jeans sulle chiappe.
Poco dopo, in piedi in un angolo appartato in penombra, guardando la pista, vedevo che, col bicchiere in mano, mi stava cercando con lo sguardo. Mi vede, sorride e viene verso di me, gli sorrido, mi si avvicina, lo bacio, allunga una mano alla mia patta; me la apro, me lo tira fuori e lo stringe; infilo una mano dentro la sua cintura dietro la schiena e palpo lo spacco delle chiappe, i suoi jeans stretti impediscono la manovra, gli slaccio il bottone superiore e già che mi trovo sul davanti infilo una mano dentro i suoi slip a prendergli le palle e procedo dal davanti verso il buchetto. Nel frattempo non smetto di lavorargli la bocca con la lingua e gli appoggio la schiena al muro mettendomi io al suo posto col dorso verso la pista.
Dice, bloccando con la mano libera i jeans:
- Stiamo dando spettacolo...
Credendo d'essere spiritoso rispondo:
- Dai... magari poi passiamo col piattino per tirar su due soldi...
Aveva ancora in mano il bicchiere col drink e non riusciva a risistemarsi i jeans per cui si abbassa per appoggiarlo a terra. Io fraintendo e gli chiedo se voleva che fossimo andati in bagno dove comunque ci sarebbe stata una lunga fila...
- No, devo rientrare, ho già visto il mio amico al guardaroba...
- Ho un numero di telefono molto facile da ricordare, se vuoi chiamami - e glielo dissi.
Mi salutò con un bacio casto e se ne andò. Io poi conclusi la nottata dal mio conoscente scopandolo per due volte consecutive dopo di che dormimmo un po' e, al mattino, prima di tornarmene a casa, lo farcii di nuovo. Poi con lui mi persi di vista e non lo vidi più.

Una sera mi squillò il telefono di casa. Risposi un po' meravigliato dato che quasi nessuno mi chiamava al fisso...
- Ciao, sono Giorgio... in discoteca... ricordi?
- Naturalmente...
- Non è che hai voglia di farti un giro a Milano?
- Sabato sera va bene?
- Sì, vieni per cena? Ti piace mangiare salentino?
- Spero di assaggiare anche "il" salentino...
- Puoi venire in treno dato che sto in via Melchiorre Gioia a due passi dalla stazione centrale...
- Conosco bene Milano e so girarla, vengo in auto...
Fu una sera bellissima in cui mi sentii "coccolato" col cibo e, dopo le sagne torte e la pitta di patate innaffiate da un rosato di salice salentino, gli dissi che ora avrei voluto scoparlo.
- Mbè, ce sta 'spetti? - rispose con malizia.
Era molto stretto e solo in seguito mi disse che era stata la sua prima volta. Tuttavia ne aveva voglia e io gli piacevo un casino, per di più lo avevo lavorato molto di lingua e perciò non sentì dolore. Rimasi la notte e la mattinata seguente. Lo trombai 5 volte in ogni posizione finché mi chiese basta.
- Non lo vuoi più? - chiesi.
- Solo per questa volta ma torni vero?
- Se vuoi, torno volentieri...
Tornai varie volte e venne pure lui da me. Per età poteva essere quasi mio figlio, ma pareva che a lui la cosa andasse bene; soprattutto gli piaceva il mio corpo sul quale scriveva frasi con un dito e disegnava interminabili ghirigori di carezze tra una scopata e l'altra. Smettemmo di usare i profilattici raccomandandoci espressamente di usarli sempre cogli altri.
Tre anni dopo, concomitante uno scatto di carriera, fu trasferito nella mia città. Mi chiese di ospitarlo finché non avesse trovato casa. Non potei dire di no, ma devo ammettere che fin da subito la sua presenza la sera e i festivi non era poi così ingombrante come avevo temuto; la casa è grande e disposta su vari livelli per cui ognuno poteva avere i propri spazi. Anche i tempi reciproci non erano limitanti, tanto che, quando era al lavoro, potevo tranquillamente fargli le corna con conoscenze estemporanee senza che lui sospettasse nulla. Così smise di cercare casa e portò le sue cose da me. A questo punto però le corna non potevo fargliele più, ma a dire il vero non ne avevo neppure voglia...

Lo introdussi nella mia cerchia di amici e siamo diventati una coppia a tutti gli effetti. I vicini, dopo i primi commenti sarcastici, hanno smesso gli ammiccamenti dei quali comunque, personalmente, me ne fregavo. Per lui invece era un po' una sofferenza...
Ogni tanto facevo un bilancio di questa nostra convivenza. Era un ragazzo piacevole, carino, accomodante, tranquillo, un culo che era sempre un piacere scopare e non è neppure che mancassero le "variazioni" sul tema perché c'era sempre un posto nuovo e un modo diverso in cui farlo. Ma non ne ero innamorato o, per lo meno, non abbastanza. Probabilmente neppure lui di me, ma di certo gli piacevo molto di più e questo lo faceva star bene. Mi chiedevo se la cosa sarebbe durata e se non lo stessi strumentalizzando. La risposta alla seconda considerazione era probabilistica ma trovavo giustificazioni che mi facevano soprassedere dal farmi problemi. Non facevamo più molti preliminari; si andava quasi sempre subito al sodo e lui godeva sempre in modo molto sonoro tanto che mi veniva il dubbio che sentissero dalla strada...
Poi è arrivata la quarantena coatta con lui a casa tutto il giorno... Non avevo più appieno i miei spazi, soprattutto i miei tempi e mi dava fastidio dover spiegare cosa facessi, o per lo meno farlo partecipe. Arrivava ogni tanto qualche scazzo reciproco... la convivenza piena se non si è innamorati mostra i suoi limiti... ma forse poi non è neanche vero che non ero innamorato... mi piaceva svegliarmi al mattino con un culo caldo su cui appoggiare il cazzo duro e poi aspettare che si svegliasse oppure svegliarlo mentre stavo levandogli gli slip e completare il risveglio girandogli nel culo un dito con un po' di gel completando poi l'operazione col mio randello sul fianco con sua gamba ripiegata in avanti o sollevata in alto o col suo piede sulla mia coscia oppure ancora prendendogli i fianchi sottili e portandomelo sopra finendo comunque quasi sempre alla missionaria guardando il suo viso estatico il che mi gratificava molto... Mi piaceva portargli il caffè a letto e sbaciucchiarlo mentre lo beveva e mi piaceva sfregargli il cazzo sulle chiappe mentre stava lavando i piatti... poi abbassargli i calzoni e fottermelo lì magari con un filo di detersivo per farlo scivolare meglio... e mi piaceva tormentarlo mentre era intento a guardare qualcosa che gli interessava in televisione finché lasciava perdere e prendeva lui l'iniziativa... non so, forse è solo perché era giovane e la cosa mi inorgogliva un po', forse gli volevo bene perché era evidente che lui ne voleva a me, o forse pensavo di non esserne innamorato perché non volevo ammetterlo...

Da quando si era segregati coatti, lui non è mai uscito. Ero io a portare via la spazzatura, andare all'edicola e fare la spesa.
Era estraniante vedere le strade senza auto, terribilmente alienante incontrare le persone immascherinate e inguantate che ti guardavano a distanza contingentata come se potessi essere un potenziale untore, sfibrante il negretto che ti rincorreva in bici per chiederti un euro, quasi patetico lo sguardo sospettoso e impaurito della cassiera al supermercato... Era strana, ma un po' riscaldava e confortava, la percezione che si provava di una comunità in pericolo ed era kafkiana la dolente simpatia per i rider che portavano a casa le spese on line sulle loro bici macilente ora padroni delle strade e promossi da schiavi post-moderni a "servizio essenziale" ma con la paga di merda di sempre.
Poi l'appuntamento davanti alla tv con l'aggiornamento della protezione civile. Tanti contagiati, tanti guariti, tanti morti... tra questi anche miei amici... Si parlava dei morti come di un vago insieme, la variabile di una statistica, e non si pensava che ognuno di loro era una persona coi propri pensieri, colla propria vita qualunque fosse il senso che si voleva dare a questa parola. E nel tentativo di pensarli ognuno col suo viso e la sua voce anziché una folla anonima, mi veniva l'angoscia e pessimisticamente vedevo il futuro tragico perché ognuno di loro era uno di noi...
E quando me ne venivo a letto un po' triste, trovavo lui (che non si chiama Giorgio con la o chiusa, come si era presentato) già lì semiaddormentato che mi aspettava e gli ero grato di esserci, grato del suo corpo caldo che attiravo verso di me, grato perché assecondava i miei movimenti quando lo afferravo per le chiappe sode e poi quando gli sfilavo i calzoni del pigiama e gli prendevo da dietro l'uccello. Già cominciava a gemere quando con le sue palle in mano, dopo essermi messo in bocca il pollice, glielo infilavo in culo e, sempre strizzandogli leggermente le palle, attiravo ulteriormente il suo bacino verso di me. Quando poi gli appoggiavo la cappella, girava il viso cercando la mia bocca e io gli sollevavo la gamba agevolandone la rotazione. La penetrazione, di solito lenta cosicché non servisse gel, era sempre molto appagante e, quando era dentro tutto, il suo godimento era contagiante: mi immaginavo il mio pistone nel suo budello che lo allargava e quello che si adattava pian piano, ed immaginavo il glande che esplorava la cavità in cerca della prostata e qui indugiare sollecitando ulteriore piacere... Puntando poi un gomito e un ginocchio. mi sollevavo in mezzo a lui che ruotavo supino... gli divaricavo le gambe per fargli sollevare il bacino e guardavo il mio bel cazzo che lo sfondava... vedevo lo sfintere che lo fasciava e seguiva il suo movimento avanti e indietro finché alla fine esplodevo in lui che godeva menandoselo e venendosi sulla pancia con contrazioni ritmiche del suo retto...
Stavamo un po' così, mi appisolavo, si appisolava, lo baciavo, mi baciava, poi, sollevandomi, lo esortavo ad andarci a rinfrescare... al ritorno sotto le coperte mi abbracciava e mi stringeva forte... Era dolce riaddormentarsi così... Sarà stata davvero solo gratitudine quella che provavo?

Non che adesso non sia più così, tuttavia mi viene di parlarne al passato, come se fosse una cosa finita... È finita? Ma certo che no, ma non è più così dolce, tant'è che è come un bel ricordo... Sarà la routine che omogeneizza tutto, sarà che gli anni passano e non ci sono più certe pulsioni e trasporti, sarà... ma che sarà? Ma si può sapere che cavolo di pensieri sono questi? Ma è mai possibile che anche nella felicità dell'abitudinarietà si debba sempre trovare qualcosa di insoddisfacente... È l'umana natura o è forse la gaytudine che ci induce a non essere mai soddisfatti? O forse, semplicemente, sono le persone troppo sensibili che, pure nei bei momenti, non riescono a non pensare a quello che può avvenire dopo?
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