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L'amica speciale -5-


di QualcheTrasgressione
19.12.2024    |    8.768    |    5 9.9
"Ci ritrovammo sedute con il plaid sulle gambe in un nanosecondo..."
Ero un subbuglio di emozioni.
Avevo una relazione a distanza, lui era un bel calabrese, universitario a Roma, ci vedevamo ogni due mesi, veniva a trovarmi e restava a casa mia per una settimana circa. I miei genitori non erano felicissimi ma nemmeno contrari. Sostenevano fossi troppo giovane per una relazione importante, ma ero certa non sapessero nemmeno di cosa stavano parlando.
Ma poi quella cosa con la mia amica, il sesso sfrenato che faceva con mio padre, quei guizzi che sentivo nel basso ventre solo a pensarci... Ero confusa.
Ero sempre stata sicura, mi piaceva il cazzo, eppure... Bastava che la mia amica nominasse "la crema" o quel suo bisogno di "quel massaggio" e io mi ritrovavo in fregola di incontrarla.
La cosa pazzesca era che c'erano momenti e momenti. Per la maggior parte del tempo eravamo le stesse di sempre, due amiche adolescenti che frequentavano la stessa scuola ma in classi differenti. Poi c'erano "quei momenti". Di cui però non parlavamo mai, succedeva e basta.
Ed io ero un caos, una contraddizione vivente. Anche quella situazione,  non mi piaceva del tutto ma non riuscivo a prendere le distanze.
Ogni volta che andavo da lei partivo in quarta, sicura fosse la volta buona che avremmo parlato, detto le cose in modo chiaro, poi bastava un gesto della sua testa che indicava il piano delle camere e la seguivo come un cagnolino, muta e ubbidiente. Lei si toglieva e pantaloni, si metteva carponi e io mi ungevo un dito. Non c'erano preliminari, non c'erano parole dolci, c'era solo lei che mi porgeva il culo con il buchetto palpitante e la mia voglia di sentirla godere per merito mio.
Dopo l'orgasmo andavo a lavarmi le mani, facevo pipì e asciugavo la mia eccitazione con la carta igienica; tornavo in salotto, la TV era accesa e parlavamo di scuola, la compagna di classe o l'uscita del prossimo sabato.
Il mio piacere arrivava solo di notte, da sola, nel buio. E, stranamente, non godevo mai solo pensando a quello che le facevo io, per godere dovevo sempre mettere in mezzo mio padre. Godevo pensando a come lui la scopava, a come lei godeva. Mi piaceva la brutalità di certe cose che avevo visto.
Al tempo stesso però ero contraria alla loro relazione. Lui era mio padre, cazzo! E scopava con la mia migliore amica, la trattava da donna, le faceva cose da donna e a me mi trattava da bambina.
Sapeva che avevo rapporti sessuali con il mio ragazzo e ovviamente faceva di tutto per non lasciarmi sola con lui. Eppure, lui mentiva a tutti pur di incontrare la mia amica.
Non bramavo lui, mi era chiaro, ma più la maturità che attribuiva alla mia amica. Più piccola di me, di qualche mese, tra l'altro.

Ero nella sua stanza, lei con il culo in aria, le mani che tenevano aperte le chiappe, il buco palpitava sotto i miei occhi.
Il silenzio tra noi mi straziava: avrei voluto dire qualcosa ma non sapevo che tono usare. Potevo scherzare su quello che stavo per fare? Dire qualcosa sul suo piacere di farsi mettere le dita nel culo? O era meglio qualcosa di più sensuale?
Il fatto che avesse la testa sul cuscino voltata dalla parte opposta però, mi zittiva.
Perché non parlava lei? Perché non diceva nulla? Sarebbe bastato poco, lei godeva, lo sapevo, lo sentivo... Eppure se ne stava zitta!
Misi un gocciolone di crema sulla punta del dito e le toccai l'ano, dolcemente, muovendolo in piccoli cerchi. Il buco boccheggiò come ad invitarmi ad entrare. Spinsi il dito e lei ansimò. Ebbi una sensazione diversa dalle altre volte, la sua carne sembrava più cedevole. Possibile desiderasse così tanto quel nostro gioco? O forse bramava il godimento?
Unsi le pareti ruotando il dito, lo estrassi un poco e al momento di affondarlo di nuovo se ne aggiunse un altro. In genere aspettavo di più, perché era con l'intrusione del secondo dito che raggiungeva l'orgasmo.
Ansimò più forte, quasi squittì e la sua voce raggiunse la mia vagina, i miei muscoli si contrassero e mi morsi le labbra. Quel suo lamento mi dava un incredibile piacere mentale, quasi fisico.
Affondai le dita e poi le ritrassi, ancora affondai girandole piano assaporando con il tatto la sua carne calda e molto umida. Di nuovo le estrassi per poi riaffondarle ma quel movimento spinse qualcosa verso l'alto: sentii le dita viscide, le sfilai interdetta, e le ritrovai rivestite da qualcosa che non poteva essere la crema. Poi, dal buco, sgorgò un'altro gocciolone di quella sostanza.
«Hai incontrato quel tipo?» chiesi soffocando il gola le parole "mio padre", delusa, arrabbiata e un poco schifata.
«Sì» ammise con voce sommessa, carica di desiderio e piacere.
«Ti ha sborrato nel culo?»
La vidi irrigidirsi, non rispose, balbettò qualcosa e mi sembrò indecisa se muoversi o restare ferma.
Decisi io. Le misi una mano sul fondoschiena per tenerla ferma e raccolsi la sborra con le dita per poi spingerle nel buco con decisione e lei si lamentò, voltò il volto dalla mia parte e incontrai i suoi occhi.
«Ti piace proprio prenderlo nel culo» dissi acida mentre le mie dita cominciavano a fotterla con un dentro e fuori irruente.
La sua risposta fu una serie di gemiti. Sul suo viso si disegnarono espressioni di sofferenza mista a godimento e, più ne vedevo, più i movimenti delle mie dita diventavano violenti. Ad un tratto mi resi conto che le mie dita erano ben misera cosa rispetto al cazzo di mio padre e alle due si aggiunge l'anulare. La sua testa saettò all'indietro, ansimò un gridolino e strizzò gli occhi. Poteva sottrarsi se avesse voluto ma invece restò lì e, anzi, poco dopo divaricò le ginocchia maggiormente.
Dopo qualche secondo vidi le sue dita fare capolino tra le gambe e iniziò a sgrillettarsi furiosamente. Che troia, pensai.
I miei occhi si incollarono sulla sua fica, ora più esposta, che si apriva ritmicamente al movimento delle sue dita. Era fradicia, lucida, troppo invitante e non ci pensai nemmeno, la toccai con l'altra mano, con due dita che poi le spinsi dentro.
Fece un grido sommesso e io sentii uno spasmo alle mie parti intime. La scena che avevo davanti era così porca, accesa, trasgressiva. La penetrai furiosamente in entrambi i buchi, con più vigore nella fica. Mi piaceva sentire le dita sprofondare in quelle fornaci, quella carne viscida che stringeva le mie dita mi offuscava la mente.
Fu strano, fu come se lei avesse smesso di esistere: non era più la mia amica, non era più una persona, erano solo due buchi del piacere, caldi, umidi, invitanti in cui le mie dita stavano affondando. I rumori mi eccitavano, ne volevo di più, volevo sentire quelle sensazioni all'infinito. Le mie dita si toccavano dentro di lei, divise da una parete di carne viscida. Avrei voluto stracciare la carne per intrecciarle tra loro. Il pensiero di farle male mi diede una scossa di piacere.
D'un tratto le tre dita nell'ano vennero strizzate mentre, quelle nella vagina, vennero investite da un calore liquido. Era venuta. Per merito mio.
Provai a muovere ancora le dita ma lei mi fermò e, muovendosi, si liberò dalla mia intrusione. Si accasciò sul letto, sul fianco, con il respiro pesante, sul viso un'espressione stralunata. Era mezza nuda, coi pantaloni della tuta attorno ai polpacci.
Mi guardai le mani e avevo le dita cotte come quando si sta troppo in acqua. Erano viscide in modi diversi.

Da quel giorno il nostro rapporto mutò.
Avevo accesso al suo corpo ogni volta mi capitava e scoprimmo ci piaceva succedesse in luoghi e momenti poco consoni.
Non era una vera e propria relazione e non perché eravamo due ragazze, ma perché ero io a toccare lei. Agli occhi di tutti eravamo solo due amiche affiatate, come lo eravamo sempre state. Non c'erano baci, effusioni né parole affettive. C'erano quei momenti.
Sedevamo vicine sul pullman come sempre e se c'era un posto solo lei si sedeva in braccio a me, come sempre. L'unica cosa diversa era che ora lasciavo una mano tra me e lei, le palpavo il sedere e spingevo un dito dove potevo per toccarla. Lei mi lasciava fare, indossava giacche lunghe che mascherassero la mia mano, apriva le gambe e si sistemava in modo da potermi sentire meglio.
L'intervallo lo passavamo spesso in uno dei bagni, lei sbottonava i pantaloni e io, alle sue spalle, infilavo una mano nelle mutandine, le mie dita titillavano un poco il clitoride ma poi scendevo tra le labbra e con due dita entravo dentro di lei. Era sempre un lago e ogni volta le davo della vacca e della ninfomane sussurrando nel suo orecchio. Ad ogni offesa lei stringeva le cosce e gemeva, mi si strusciava addosso, muoveva il bacino per andare incontro alle mie dita.
La masturbavo furiosamente per il poco tempo a disposizione, ma quello che le procurava un orgasmo era l'insistenza di qualcuno che bussava alla porta. Quando veniva mi prendeva per il polso e si spingeva le mie dita più in profondità, poi si liberava e si rivestiva, mi sorrideva maliziosa e faceva scattare la chiusura.
Chi ci vedeva uscire non faceva caso fossimo in due, era normale per due ragazze andare in bagno insieme.

Domenica pomeriggio, era il mese di maggio ma pioveva e faceva freschetto. Avevamo deciso di restare a casa, uscire e rinchiudersi in qualche locale avrebbe solo prosciugato le nostre già esigue possibilità economiche.
Io indossavo una tuta lei addirittura era ancora in pigiama. Eravamo in salotto, sul divano, davanti alla televisione. Aveva recuperato un plaid.
Ero nervosa e contrariata.
Volevo toccarla ma i suoi erano al piano di sotto, solo una rampa di scale tra noi e lo aveva sottolineato non appena ero arrivata, come a dire "sono troppo vicini non si può".
Eravamo lì frementi, sedute vicine, senza fare nulla.
Inoltre, mi aveva anche detto che nel tardo pomeriggio aveva appuntamento con il famoso maturo con cui si vedeva.
A pranzo mio padre aveva annunciato che sarebbe dovuto andare a ritirare qualcosa per lavoro, nel tardo pomeriggio, una ditta vicino Milano. Non era la prima volta che si rendeva disponibile nei giorni di festa, quindi non avevo pensato male. Ma in quel momento capii che era stato falso.
Il pensiero che si sarebbero incontrati mi dava fastidio. Avrebbe goduto con lui e non con me.
Iniziai a toccarle una natica, si umettò le labbra e accavallò una gamba e io potei spingermi più sotto. Ma non era abbastanza. Le chiesi se potevamo abbassare la tapparella e lei lo fece così ad illuminarci c'era solo lo schermo della TV.
Ancora sul divano, altre leggeri contatti poi si alzò e andò verso la porta della scala.
«Chiudi a chiave?»
«Macché sei matta? La lascio socchiusa, se accendono la luce per salire lo vedo subito.»
Tornò verso il divano sculettando e mi
sorrise maliziosa e si sistemò con le braccia contro la spalliera, il viso rivolto verso la porta della scala.
Si abbassò i pantaloni leggeri del pigiama ed espose il culo verso di me.
Dio... Aveva il culo tondo e sodo, troppo invitante. Le toccai le chiappe poi le allargai per esporre il buco e lei ansimò. Non avevo creme a portata di mano quindi mi misi un dito in bocca prima di toccarle il buco. Di nuovo lei mi fece sentire il suo apprezzamento. Spinsi un poco ed entrò solo la punta ma lo sentii subito l'attrito. Feci cadere una quantità di saliva nel palmo e le bagnai il buco, lei spinse fuori il culo e le mie dita toccarono la valve della fica e non ci pensai nemmeno, il medio varcò la sua soglia. Altro gemito, più lungo e godurioso. Lo affondai fin dove potevo e lei strinse i muscoli vaginali. Lo faceva anche sul cazzo, vero? Ne ero certa. Ancora desiderai esserne munita. Estrassi un poco il dito e poi di nuovo dentro, mossi il dito per toccare, esplorare e lei arcuò di più la schiena. Lo mossi per un paio di minuti poi lo tolsi e mi resi conto che non era bagnato, solo leggermente umido. Curiosa, eccitata mi misi il dito in bocca e il suo sapore mi fece salivare come non mai, succhiai il dito, poi lo bagnai per bene insieme ad un altro e la penetrai con entrambe. Squittì e mi accorsi che si stava toccando il clitoride, iniziai a muovere le dita come per scoparla con lei che soffoca mugolii. Ben presto le dita presero a scivolarle dentro e il suo respiro si fece concitato, poi d'un tratto sentimmo la voce di suo padre al piano di sotto e la scala si illuminò. Ci ritrovammo sedute con il plaid sulle gambe in un nanosecondo. Suo padre aprì la porta dopo qualche attimo e la sgridò per averla lasciata socchiusa.
Aprì un armadio e prese la giacca.
«Andiamo da zia Maria, tu poi esci?»
«Sì, tra un paio d'ore.»
«Torni per cena?»
«No, ceno da lei.» Rimasi di pietra: voleva davvero cenare da me? O... Cosa? Mica pensava di stare fuori con mio padre fino a tardi? Mia madre si sarebbe insospettita! Va bene il lavoro ma mica era scema! Però... Forse intendeva che sarebbe tornata dopocena.
Suo padre cominciò con una sfilza di raccomandazioni sugli orari e sulla pericolosità di stare fuori con il buio e gli incontri pericolosi che poteva fare.
Mi venne quasi da ridere: lui parlava di brutti incontri riferendosi a uomini dalle cattive intenzioni non sapendo che lei bramava quello. Usciva per farsi scopare selvaggiamente da un uomo maturo. Il "brutto incontro" era qualcosa che lei voleva.
Lo accompagnò fino alla porta di sotto, poi tornò in salotto. Chiuse a chiave la porta delle scale e il portoncino. Sentire le chiavi girare mi diede piacere. Feci finta di nulla continuando a guardare la TV, mi voltai a guardarla quando sentii che stava alzando la tapparella e rimasi incantata. Era nuda e in mano aveva una zucchina.

Era la nostra prima volta nude. Ma poco cambiava: ero sempre io a toccare lei. L'avevo dapprima masturbata a pecora finendo quello che era stato interrotto, poi l'avevo scopata con la zucchina inserendola dalla parte più stretta.
E lì l'avevo riconosciuta come quando l'avevo vista con mio padre. Godeva da porca, gemendo forte, dicendo cose che mi facevano squirtare i neuroni.
«Fai piano, mi rompi! Oddio! Vengo!»
L'avevo scopata in fica con la zucchina e mettendole due dita nel culo. Si era lamentata, mi aveva pregata di smetterla ma mai si era sottratta.
Dopo l'ennesimo orgasmo però era crollata sul divano, scomposta con il respiro affannato e gli occhi chiusi. Era seduta, sfatta con le gambe semiaperte e la fica esposta.
Ero seduta tra i suoi piedi con quello spettacolo davanti agli occhi. Mi leccai le labbra, affamata di qualcosa che non sapevo come soddisfare. Titubante le aprii le labbra con le dita e lei ridacchiò senza aprire gli occhi. Le aprii di più le gambe e lei scivolò più giù, avvicinando di più la sua fica.
Era un invito? Non volli pensare fosse giusto o sbagliato o se ne sarei stata capace, la leccai e lei imprecò spalancando di più le gambe. Feci quello che la mia libido ordinava senza sapere fosse giusto ma da come godeva doveva essere molto piacevole. Lappai il sugo tra le labbra, spinsi la lingua dentro tenendo la fica aperta con le dita. Il sapore non mi piaceva molto ed viscida quasi densa, ma mi piaceva stesse godendo. Mi sentivo porca e trasgressiva, stavo leccando la fica alla mia migliore amica. E poi, volevo sfinirla, che con mio padre non facesse nulla quella sera.
Dopo un po' lei venne e io presi di nuovo la zucchina e provai a penetrarla ma lei sobbalzò e la allontanò. In effetti, a guardarla, non aveva più un bel colore.
«Nel culo?» azzardai. Le si illuminarono gli occhi e si morse il labbro, poi però guardò l'orologio sul muro e disse che era tardi.
Le chiesi di non andare e lei mi fulminò con lo sguardo.
«Devo andare. Stasera ha organizzato una cosa che voglio da tanto.» Detto questo si alzò e andò in bagno.
«Meglio se ti vesti. Tra mezz'ora devo uscire.» Restai lì a guardare la porta dove era sparita, ferita e delusa. Cos'ero per lei? Cosa c'era tra noi?
Provai a toccarmi ma non ero più eccitata. Mi rivestii e la salutai non appena uscì dal bagno, con un "ciao, a domani" come sempre, come se non avessi passato due ore a farla godere. La salutai come avrei salutato qualunque altra mia amica.

A casa trovai mia madre che si stava preparando e d'un tratto ricordai la cena dai nonni. Stavo per andare con lei quando vidi mio padre tornare con il furgone. Annunciò che era stanco morto e che sarebbe andato a dormire dopo la doccia. E capii che lui e la mia amica avrebbero scopato a casa.
Quella era la cosa che la troia aveva tanto voluto.
















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