Gay & Bisex
STANOTTE NON SONO SOLO

18.02.2025 |
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"È stretto e solo un dito non è sufficiente, ne inserisco un altro e sforbicio..."
Corro. Corro. Mi sfuggo.Corro. Corro. Mi ritrovo.
Corro. Sono ovunque. Da nessuna parte. Altrove.
Corro. Corro. Mi disperdo.
Mi dissolvo al confine impalpabile fra nebbia e neve.
Il bianco indistinto attorno a me mi ottunde. Il freddo mi scartavetra la pelle, mi brucia i polmoni.
Il dolore, alieno, in quest’aria lattiginosa, mi ricorda che sono vivo.
Corro. Corro. Corro.
Un passo dietro l’altro torno a casa, un passo dietro l’altro riprendo forma.
Mi ricompongo e corro, cercando di seminarla. La solitudine mi segue, si appiccica al mio sudore, mi avvolge e si fa corazza.
Io stesso sono le briciole di pane che le fanno ritrovare il percorso verso casa. Sospiri profondi a coprire le orme leggere dell’andata. Arrivo stravolto sulla soglia.
Questa mattina ho dato fondo a tutte le mie energie. La carne urla per la stanchezza, i muscoli maltrattati si rifiutano di muoversi. Mi abbandono inerme sul divano cullato dal calore del camino.
Ricado nella solita routine, corsa mattutina, doccia, lavoro, casa, dormire.
Ripetere. Come sempre. Come tutti i giorni.
Eppure stamattina il riflesso distorto del mio viso esanime, è un terremoto. Una presa di coscienza improvvisa. Non posso continuare così, ho sconvolto la mia vita barattando la città per la montagna. Ho cambiato lavoro, stipendio migliore, responsabilità condivise, ottimi vantaggi per il portafoglio e l’ulcera.
Il paese di montagna che mi accoglieva durante le varie estati della mia adolescenza ora mi respinge. Sono un forestiero nella mia terra d’origine. I montanari sono gente dura, chiusa, leale allo stremo se li conquisti, ma ci vuole tempo, pazienza e costanza. In attesa consumo le mie serate e miei weekend nella solitudine.
Il riflesso informe nello specchio mi risveglia dalla letargia in cui sono sprofondato. Devo cambiare, prima che ciò che vedo diventi ciò che sono.
Un’altra giornata è finita, sono pronto per tornare a casa, alla mia solitaria consuetudine. Una scintilla dei buoni propositi mattutini arde ancora, così, pur non credendoci, penso sia destino trovare sul parabrezza la pubblicità di un piano bar con ristorante.
Fra essere soli a casa o in un bar la differenza è poca, così ci vado. Subito.
Il locale è piccolo e intimo. Non c’è molta gente ma l’ambiente è caloroso e accogliente, la luce soffusa abbraccia dolcemente la sala.
Ordino un drink al bancone sperando di fare due chiacchere col barista, le luci calano all’improvviso e parte la musica.
Non sono un intenditore ma riconosco il ritmo del jazz, poi la sento, mi serpeggia sulla pelle, si riverbera in me, mi avvolge.
Una voce ammaliante, dolce e malinconica, roca e delicata, suadente.
Mi porta via e mi ridà forma. Mi ancora a me stesso.
Nei suoi acuti, nei suoi vocalizzi riecheggia l’eco del mio sconforto. Non afferro le parole ma sono sicuro che questa canzone sia per me, parli di me.
Sono confortato da questo richiamo, non sono solo, c’è qualcun altro che soffre e si dibatte come me. Non sono solo.
Il tempo passa ma sembra solo un istante, non ho mai guardato il palco, mi sono limitato a chiudere gli occhi e a sentire. Quella voce ha fatto da ponte, il mio animo ha ritrovato nuova dimora nel mio essere, mi ha fatto sentire reale, vero. Mi ha dato speranza.
La Voce non mi abbandona, la sento ancora la mattina, mentre corro, corro, corro e non mi sento più dissolvere. Quella voce che riecheggia nel mio animo mi ammalia e so già che stasera tornerò al pianobar.
Prendo un tavolo, proprio sotto il palco, voglio vedere chi canta, chi mi racconta, chi si racconta con solo il timbro della propria voce.
Voglio sentire le vibrazioni sulla pelle. Voglio pulsare di vita, di calore. Voglio disintegrarmi e ricompormi nella dolcezza di quella cantata.
Voglio che la sua ruvidezza mi levighi, che la sua limpidità mi riempia di colore, che il mio battito riecheggi al ritmo della melodia. Voglio seguirne la scia perché l’eco delle nostre solitudini ci unisce.
Sono infine parte del mondo, compreso e in armonia, la salvezza celata nella melodia del canto.
Non rimango stupito quando le luci vengono abbassate di colpo.
Le ombre non permettono di mettere a fuoco la figura che si staglia sul palco, riesco a capire che è una donna alta, longilinea, due spalle ampie, quasi maschili.
Il tubino che la fascia incornicia un culetto delizioso, alto e sodo. É tutto quello che scorgo. Nella semioscurità, riconosco il movimento delle mani, l’abbassarsi e rialzarsi del petto, il profilo stagliato che si allontana dal palco. Tutto indefinito, tutto in mostra per un’istante e poi confinato nell’ombra.
La magia, lo spettacolo è la sua voce, che aleggia, si espande e raggiunge il centro stesso della nostra essenza e lì si annida, creando un legame e spezzandolo nel momento stesso in cui ogni brano finisce.
Piccole promesse di felicità, di incontro di anime. Piccole morti e piccoli addii ogni volta che il silenzio spezza l’incantesimo.
Non salto una sera, sono lo spettatore più fedele, ma ascoltarla non mi basta. Non più. Devo parlare, conoscerla, chiederle se sa chi sono.
Come fa a cantare di me, come può svelare i miei segreti, come può fare da eco al mio animo, se non ci siamo mai incontrati prima? Così prendo coraggio e questa sera mi presento. Una sola rosa blu, a stelo lungo, il più trito dei cliché, ma canta jazz e blues, mi sembra adatta.
Sono in fibrillazione per tutto lo spettacolo, tutto è amplificato e nel momento in cui posa il microfono, balzo in piedi. Io e la mia stupida rosa le andiamo incontro.
Il mio movimento repentino la incuriosisce e si ferma, mi aspetta a un lato del palco. Le luci si accendono e mi abbagliano, non vedo niente di lei. Per piacere, vorrei parlare con te, offrirti da bere, oso supplice. Non credo lo sappia ma sono così esposto in questo momento, non porto maschere, sono nudo in sua presenza.
Le lascio scorgere il mio bisogno di contatto umano.
La vedo titubante, si ritrae, ma le porgo la rosa, e oso ancora, per piacere, solo due chiacchere.
Non so se è la preghiera nella mia voce, il tremolio nel porgerle il fiore, ma acconsente.
Si deve cambiare, ci vorrà del tempo, se quando sarà pronta sarò ancora nel locale, prenderà da bere con me.
Quasi non riconosco la sua voce, è così melodica, a volte dissonante, graffiante quando canta, ma adesso nel parlare è ruvida e roca, dura se non gutturale.
Mi preparo a una lunga attesa e mi risiedo al bancone. Sono rimasto l’unico cliente e mentre i camerieri sparecchiano, riordinano e spazzano, inganno l’attesa osservando i cubetti di ghiaccio sciogliersi, cambiare forma, diventare mostri leggendari, cavalieri, e ritornare liquidi.
Alla mia destra si siede un uomo, mi guarda fisso, mi imbarazza l’intensità con cui mi osserva, ne sarei lusingato in altre occasioni, ma adesso sto aspettando Lei, la Voce, la Mia Voce.
Eppure mi sento attratto, curioso, alzo lo sguardo.
La chimera più spettacolare che abbia mai visto siede al mio fianco con in mano una rosa blu. La mia rosa blu.
Lo guardo inebetito, cercando di collegare i pezzi. Più lo osservo più il suo sguardo si vela, si adombra. Fulmineo si alza, mormora un mi dispiace ed è pronto a scappar via.
I miracoli accadono. Mi riscuoto e riesco a mettergli una mano sul braccio, lo fermo e mi ripeto per piacere, solo due chiacchere.
Un sorriso timido distende due labbra carnose, riconosco il pomo d’Adamo, l’ampiezza delle spalle degne di un nuotatore, il fisico longilineo e asciutto e mi perdo nello sguardo più intenso che mi sia scivolato addosso. Cioccolato e nocciola con pagliuzze dorate screziate di verde, avvolgente e pungente. Uno sguardo antico e innocente, specchio della sua voce, della sua musica.
Parliamo, ci perdiamo, ci confondiamo l’uno nell’altro, accavallando discorsi, impreziosendo silenzi, riconoscendoci affini, uguali e diversi.
Siamo melodia, chiave di basso e violino che si incontrano e suonano insieme. Siamo uno spartito e ci raccontiamo in note basse e grevi, acute e vibranti. Ci fondiamo insieme, diventiamo Noi.
Non so come ci troviamo a casa mia.
Sono impaurito nel portarlo nella mia tana. É spoglia, come mi sento solo e vuoto io. Ci sono anche inaspettate sorprese: i cuscini rosso acceso, le ciabatte pelose a forma di cane, quadri colorati. Piccole cose, la mia battaglia quotidiana per non soccombere.
C’è la sua paura, il suo sentirsi incompreso. É un uomo, per cantare deve trasformarsi, deve lasciare che sia la sua voce, la sua essenza a rivelarsi, e la voce è femmina e così traveste. C’è la sua paura del rifiuto, del ridicolo, dello scherno.
Mi rendo conto che siamo entrambi chimere. Siamo fatti di più parti, l’immagine che offriamo al mondo, il riflesso di ciò che siamo, che vorremmo essere, il rifiuto e la vergogna per noi stessi, io mezzo uomo tutto d’un pezzo e mezzo relitto piagnucoloso che si perde in sé stesso, lui mezzo uomo, voce intera e anima intergenere, una sirena.
Ora non importa. Non importa a me, non importa a lui. Adesso sono i nostri bisogni più veri, più crudi che cantano. Ci cerchiamo, creando sinfonia. Ci riconosciamo e siamo l ‘uno l’eco dell’altro. Riecheggiamo insieme, risuoniamo a canone uno nell’altro.
Brucio, mi sento esplodere, sono vivo e stavolta non mi abbandono sul divano, mi carico in spalla il mio prezioso regalo e salgo le scale infervorato dalla nuova linfa che mi accende.
Arrivo in camera e lo butto sul letto.
Lo assalgo. Ho una fame così intensa, sono in astinenza da così tanto che non riesco a trattenermi. Non sono solo, non è la mia mano, la mia carne sulla mia carne. Sto condividendo questo momento, sono la parte di un tutto. É inebriante. Vorrei andare con calma, assaporare ogni attimo, ma sono vorace, insaziabile e mi avvento sul di lui. Lui che non scappa ma si offre, si immola volontario alla mia passione.
Le mie mani frenetiche gli strappano la camicia. Ho urgenza di sentire la grana della sua pelle, di respirarne l’odore, di sentirlo cantare, urlare sotto di me. La sua pelle bianca si arrossa velocemente sotto le mie carezze, sotto il calore dei miei palmi. Scendo in picchiata e banchetto, saccheggio le sue labbra, gli caccio la lingua in gola, esploro, succhio, mordo. Sono un cannibale.
Vorrei trovare il centro del suo essere, rubargli la voce e custodirla per sempre. Renderlo mio schiavo.
I baci non sono sufficienti. Sono un misero antipasto, e so che ci sono altre delizie da scoprire. Lui si lascia divorare ma repentino cambia il ritmo. Prende il comando, mi respinge e mi spinge lontano, contro l’armadio.
Si alza dal letto e mi raggiunge, ora sono le sue mani che tracciano sentieri su di me, sopra la camicia, mi sfiorano la pelle, elettrizzandomi. Mi guarda ammaliato. Mi sento potente, indistruttibile, una folgore nel cielo.
Mi apre gli ultimi bottoni della camicia, si avventa sulla cintura e in un sol colpo mi abbassa pantaloni e mutande.
Il Paradiso. Mi ingoia in un sol boccone.
La sua fame fa eco alla mia. Mi vezzeggia, un su e giù rapido e poi inizia il gioco duro. Mi accoglie fino alla base, la sua lingua che mi accarezza, mi stringe forte e inizia a gorgheggiare. Le vibrazioni che mi risalgono il cazzo, sono celestiali. Mi strizzo forte le palle da solo per evitare di venire come uno sbarbatello. Lui mi trattiene il più possibile in gola, mi lascia andare per riprendere fiato, ma continua ad accarezzarmi. Passa a mordicchiarmi lo scroto, mi lecca le palle, disegna ghirigori con le unghie sulle mie cosce. Mi sto abbandonando a lui, al suo ritmo, ma anch’io voglio giocare.
Gli afferro i capelli e lo allontano dal mio uccello. Lo guardo, ha le pupille dilatate, un cerchio oro e verde le circonda. Lo strattono per fargli capire che adesso sono io al comando. Lo avvicino al mio inguine e gli faccio strusciare la faccia sul mio cazzo, lo voglio impregnare col mio odore.
Lo allontano, lo guardo fisso. Apre la bocca e io vi affondo dentro, prima lentamente poi con sempre più impeto. Sprofondo in questo calore umido. La sua lingua mi lavora la cappella quando mi ritiro portandomi sempre più vicino al limite, ancora e ancora.
Lo osservo, così dissoluto con il mio cazzo in bocca, così vorace nell’inseguirlo per averne ancora. Lo stacco da me e lo ributto sul letto, mi sbarazzo dei pantaloni e mi levo anche la camicia. Sono nudo. Siamo nudi. Nudi nel nostro desiderio, nella nostra passione.
Lo raggiungo e gli salgo sopra a cavalcioni, lo libero dalla camicia. Lo bacio ancora, assaporo me stesso sulle sue labbra, nella sua bocca. Traccio strade sulla sua pelle, linee umide, lo lecco dalla mandibola allo sterno. Gioco con la giugulare, con la lingua di piatto la picchietto a ritmo del suo battito.
Arrivo ai capezzoli, sono piccoli e scuri, in contrasto con la sua pelle così chiara. Li graffio, li succhio. Ci soffio sopra. Sbocciano piccoli boccioli turgidi. Continuo la mia discesa. Assaporo il suo corpo, con le mani continuo a giocare con i suoi capezzoli, pizzicandoli, lenendo il dolore con lievi carezze.
Faccio tappa all’ombelico e ci tuffo la lingua dentro, mimo affondi rapidi e risucchi, lo preparo perché sarà così.
Veloce e intenso.
Gli sono steso sopra e sento il suo uccello premere contro la mia coscia ma è ancora inguainato nei pantaloni, confinato, imprigionato. Mi alzo leggermente, gli sfilo la cintura, gli apro la patta e poi, sorprendendolo, lo rigiro.
Lo metto a quattro zampe, gli abbasso i pantaloni a metà coscia. Bloccandolo. Siamo animali, feroci e dissoluti.
Non è sufficiente, sono onnipotente stasera. Sono lava ardente. Sono il tuono.
Gli schiaccio la testa sui cuscini, gli faccio abbassare le spalle. Lui non si oppone, si offre. Si inarca, per me, per lui.
Divarica le gambe. Il suo culo è mio.
Non ho lubrificante, non avevo previsto nulla di tutto questo. Nonostante la frenesia non voglio fargli male. Voglio sentirlo urlare, cantare, singhiozzare di piacere.
Gli afferro le natiche, le divarico e mi immergo. Lecco tutto il solco dall’inizio della spaccatura fino all’ano.
Lo bagno per bene, lo lecco, lo rendo scivoloso. Un lento saliscendi. Lo stuzzico, lo tengo sulla corda, senza concedergli nulla. Poi mi avvento. Gli succhio la rosetta, la aspiro, la rivolto quasi.
Lo sto mangiando. La fame che ho di lui è pari alla fame di contatto che mi attanaglia. Divorandolo è come se stessi divorando la mia stessa solitudine. Infilo la lingua e lo scopo. Mai abbastanza in profondità, mai abbastanza veloce.
Lo sento vibrare e mugolare sotto di me.
Lo inondo di saliva, voglio scivolargli dentro, sprofondare nel suo canale bollente. Aggiungo un dito, il sale della mia pelle e il suo sapore combinati sono un bouquet sopraffino.
È stretto e solo un dito non è sufficiente, ne inserisco un altro e sforbicio. Allargo e chiudo, vago alla ricerca della ghiandola magica. La accarezzo appena, la sfioro. Brevi scosse per renderlo sempre più smanioso, più ingordo.
Il suo anello si contrae sulle mie dita, cerca di scoparsi da solo, ma glielo impedisco.
Le sfilo e lo inchiodo al materasso. Gli faccio sollevare ancora di più il culo e poi mi prendo il cazzo in mano.
Due, tre colpetti e affondo. L'ho bagnato per bene, non c’è molto attrito ma la pressione del suo canale mi stritola. Non mi preoccupo neanche del preservativo, ho bisogno di contatto, carne su carne, di sentire tutto, di avere male, di essere reale.
Affondo un poco e mi fermo, lo faccio abituare, lascio che mi accolga.
Il suo respiro torna normale, si rilassa, inizia a venirmi incontro. Lo scopo veloce, con forza.
Geme, trema, implora. Ne ha bisogno, come me.
Scalmanato e intenso.
Stiamo lottando contro il vuoto che ci divora da dentro, ci stiamo riempiendo l’un l’altro. Il bruciore che sentiremo domani, ci ricorderà che siamo vivi, che siamo reali, che non siamo soli.
Affondo nel suo calore, mi strozza per poi cedere e mi accoglie. Si adegua al mio ritmo. Alterno stoccate rapide e veloci ad affondi profondi, in cui bersaglio la sua prostata e ogni volta, ogni dannatissima volta, mi strizza il cazzo. Lo risucchia ancora più in profondità, rendendomi parte di lui. Il ricongiungimento platonico.
Continuo a martellarlo sempre più forte. Le sue grida fanno da contrappunto alle mie, cantiamo la gioia di questo incontro, cantiamo la vita, l’estasi.
Martello. Martello. Martello.
Perdo il ritmo. Un calore bianco mi risale dai piedi alla colonna, scende dal collo al coccige, si annida alla base. Mi invade. L'uccello mi si ingrossa ancora, fremo e vengo.
Vengo. Vengo. Vengo.
Mi sembra di schizzare l’infinito. Lo riempio e grido la mia liberazione ma sono ancora affamato.
Lo rivolto, gli affondo due dita dentro. Sentire la mia sborra, sapere che l’ho marchiato, che in questo momento è MIO mi stravolge.
Lo guardo contrarsi spasmodico alla ricerca della liberazione. Il suo sguardo è implorante. Finalmente lo assaggio.
Ingoio il suo uccello e succhio. Non uso tecnica, non lo stuzzico. Voglio farlo esplodere, è sull’abisso, voglio farlo precipitare.
Succhio, aspiro, risucchio, un filo di denti sulla cappella. Trema e si scarica nella mia bocca, a lungo, getti pesanti e cremosi.
Continuo a succhiare fino alla fine, fino a quando sibila perché il piacere è troppo e si confonde col dolore.
Lo bacio, condividiamo il suo sperma e ci abbandoniamo al sonno.
Non so cosa sarà del domani, non penso ai rischi, so solo che mi lascio dolcemente andare al sonno, fra le braccia un corpo caldo.
Stanotte non sono solo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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