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Lui & Lei

Enrica, un ricordo che non se ne va. Parte 1


di Calmatlantica
12.02.2025    |    40    |    0 6.0
"La mattina mi trovo nell’altra sede, ci scambiamo solo un paio di saluti via messaggio, non particolarmente caldi, c’è imbarazzo, tensione e lo sento..."
Si chiamava Enrica, anzi si chiama Enrica ma non è più con me. Lo è stata per pochi mesi, ricordo bene ogni secondo.

Novembre del 2017

Pomeriggio di luci artificiali. Esco dal mio studio e sento la voce della mia capa nella penombra del corridoio. Chiama il mio nome. Mi giro e vedo che non è da sola: c'è una ragazza alta, più alta di me. Indossa pantaloni e giacca scuri e una camicia bianca. Le due mi guardano sorridenti.

"Senti, Gianni, ti presento Enrica. Ha appena finito un master post-lauream e starà con noi per uno stage di alcuni mesi. Pensavo di affidarla a te, è interessata ad alcuni progetti che qui stai seguendo tu. Le puoi spiegare un attimo come lavori. Lei inizierà lunedì prossimo."
Porgo la mano il più accogliente possibile: "Piacere, Gianni". "Piacere, Enrica" mi risponde educatamente.

Sorride con l'aria compita della neolaureata che sa il fatto suo.

La mia espressione non sarà stata certo delle più felici: occuparsi di una stagista a volte è una seccatura in più.

Rientro nel mio ufficio. La capa se ne va, Enrica mi segue, mi dà del lei, le do del lei: 21 anni di differenza si sentono.

Il suo profumo riempie la stanza; saprò più avanti essere uno Chanel molto costoso. La vedo bene alla luce dei neon: è alta, sarà un metro e ottanta, ha i capelli castani ondulati raccolti in una coda rigorosa che scivola sotto le spalle, gli occhi nocciola, un viso tondo con un trucco leggero, l'espressione contratta, austera.

Sessualmente non mi prende, non è il mio tipo, troppo alta forse?

Ci salutiamo dandoci appuntamento al lunedì successivo. Sono inquieto: la ragazza la sa lunga e questo mi provoca ansia. Non è antipatica, meno male.

Lunedì.

Enrica è già lì quando arrivo, meno formale della prima volta: jeans e maglione grigio, capelli sciolti, ondulati, lunghi. Sorride e anche il suo sorriso è meno formale. Passiamo dal lei al tu. L'accompagno nei reparti, le indico alcuni pazienti di cui potrebbe occuparsi. Qualche paziente più vecchia e impicciona mi chiede: "È sua moglie?" "No, ma potrebbe essere mia figlia." Lei ride imbarazzata.

Passano giorni e settimane in cui lavoriamo insieme, passiamo ore nel mio studio , condividiamo la pausa caffè.
Ci conosciamo, Enrica è fidanzata, ha un passato da pallavolista ma non è lo sport la sua passione, le piace divertirsi, esce con le amiche e gli amici, fa le ore piccole. Un mondo che non mi appartiene più.

Arriva Natale 2017, ci vediamo meno, io con chi so io e lei in viaggio con il suo ragazzo.

Gennaio 2018

L’attività riprende a pieno regime. C’è un momento di pausa un giorno, mi siedo vicino ad un’anziana paziente, scherziamo, non me ne accorgo ma la giovane dottoressa mi scatta una foto con il suo cellulare, mi sorride: “guarda come siete venuti bene”, “beh, me la devi mandare” “ti do il mio numero”, non ci eravamo scambiati ancora il numero di telefono.

Da quel momento oltre alla foto, ogni giorno, iniziò a scrivermi messaggi chiedendomi cose di lavoro, opinioni, poi sempre più confidenziale: pettegolezzi sui colleghi, commenti ironici, il tutto condito da varie faccine e adesivi. 21 anni di differenza si notavano nel modo di gestire i social.

Sto bene con lei, lavoro volentieri quando c’è.

Mi capitava spesso quell’anno di pranzare al volo in qualche bar, perché mi muovevo tra un paio di sedi: la mattina una, il pomeriggio l’altra. Un trancio dei pizza, un bicchiere d’acqua e via. Quando poi il pomeriggio prendevo servizio nella sede dove c’era Enrica era diventato un rito prendere il caffè insieme.
Un giorno di questi, davanti al distributore automatico, inizia a percularmi divertita sostenendo che il bar dove pranzo è pessimo e si chiede come faccia a mangiare li. Sorpreso cerco di giustificarmi, “è in strada”, “sono veloci", "sai che non ho molto tempo”, “poi non è così male”. Aggiungo una battuta: “se vuoi puoi venirci anche tu, pranziamo insieme”, lei mi spiazza: “si, questo volevo”.
Rimango interdetto, non commento, le propongo un giorno della settimana successiva, accetta. passo il pomeriggio a rimuginare: “cosa intendeva? non può essere che sia attratta da me, le sto simpatico e vorrà farsi due chiacchiere a pranzo, niente di più”. Le fantasie si fanno più vivide. Vedo nella mia mente il suo corpo alto e snello, i seni piccoli, il culo tondo e sodo, le gambe lunghe, le onde dei capelli color miele, il suo profumo, il suo sorriso. La sera stessa mi sego pensando a lei.

Il giorno pattuito Enrica mi ricorda il pranzo assieme, penso: “allora ci tiene veramente, non se l’è scordato”.
La mattina lavoriamo, poi ci avviamo verso il bar, ognuno con la sua auto, io poi sarei andato nell’altra sede, lei a casa.
Siamo davanti a due tranci di pizza, lei maglione scuro a collo alto, i capelli crespi e lunghi le cadono sulle spalle gli occhi nocciola brillano mentre mi guarda e sorride, mi toglie un suo capello dalla mia spalla, “non lo avevo visto chissà come ci è finito” dico; “lei è gelosa?” mi chiede ammiccante, “per niente” rispondo mentendo.
Ho fretta, pago, ci avviamo verso le auto, lei rimane un attimo immobile e mi guarda, ho la scusa del lavoro, la ringrazio, salgo in auto, sorride, parto, lei sale nella sua macchina.

Raggiungo l’altra sede, ho un turbinio di pensieri in testa, chissà cosa vuole? Mi sto facendo fantasie e basta? come posso interessarle io con tutti i giovani della sua età che si può scopare e probabilmente si sarà scopata? prendo il telefono, cerco il suo contatto, scrivo: “E’ stato bello pranzare con te, dovremo farlo più spesso”, non passa un minuto e risponde: “si bello ma la prossima volta mi piacerebbe fare un aperitivo una sera, punto a farti ubriacare!”, “sai che ubriaco potrei essere pericoloso”, “non mi sforzo di nascondere che non mi dispiacerebbe che tu fossi pericoloso con me..”.
Le fantasie diventano realtà, trasalisco, il cuore mi batte forte, continuo: “Già domani sarò pericoloso con te, ho voglia di toccare le tue gambe”; lei: “Mi fa piacere… so che c’ho messo del mio..”, chiarisco un punto: “sai che io non sono solo..”, ma lei: “nemmeno io sono sola ma sai ultimamente quando sono con lui….penso a te”.

Sto tremando, ha bisogno di calmarmi prima di uscire dalla stanza e incontrare gente. La realtà ha preso una piega che nemmeno nella fantasia mi ero creato, Enrica mi ha appena fatto capire chiaramente che vuole fare sesso con me, che gli piaccio.

Mi manda alcune foto di sé, niente di che, le sue unghie appena fatte, lei in spiaggia, in costume, aggiunge un commento: “qui ero più magra di adesso”, sembra quasi essere preoccupata per come la vedo.
Ora la vedo bellissima, il suo quasi metro e ottanta non conta più, sto pensando a domani, cosa succederà quando saremo viso a viso? Sono nervoso, so che sto rischiando anche. Il professionista cinquantenne che se la fa con la collaboratrice o con la studentessa vent’anni più giovane: non avrei mai pensato di caderci dentro, tanto più con una donna tanto diversa dai miei standard, alta, appariscente, estroversa, io sono sempre stato con le classiche “ragazze della porta accanto”.

Il domani arriva, è l’8 febbraio 2018.

La mattina mi trovo nell’altra sede, ci scambiamo solo un paio di saluti via messaggio, non particolarmente caldi, c’è imbarazzo, tensione e lo sento.
Mangio di fretta e con poca voglia, il momento si sta avvicinando.
Arrivo, entro. Corridoio senza finestre, semioscurità, esce Enrica della stanza delle fotocopiatrici, mi dice solo ciao, ci guardiamo intensamente, mi dice con voce calma: “vieni a prendere il caffè?”, tutto deve sembrare come sempre non dobbiamo destare sospetti ai colleghi nelle altre stanze.
Di fronte al caffè, lo sguardo e l’espressione del volto parlano di cose che le parole non dicono, a voce parliamo del programma di oggi, del collega che sta male, non scherziamo, non ridiamo, sorridiamo, c’è la tensione dell’attesa.

Torniamo in silenzio nello studio, silenzio nel corridoio, silenzio nelle stanze vicine, la luce del pomeriggio invernale che filtra dalle finestre velate da tende bianche. chiudiamo la porta dietro di noi. Siamo soli, ci guardiamo negli occhi, Enrica è la più rapida a percorrere lo spazio tra il mio viso e il suo, le nostre bocche si avvicinano, le lingue si toccano, le mie mani sul corpo di lei fasciato da un vestito verde scuro.

Quel corpo che era stato accanto a me per mesi, quel corpo che avevo ammirato, quel corpo che mi aveva ispirato un piacere solitario, ora era tra le mie mani, caldo, sinuoso, profumato. La mia bocca cercava la pelle del suo collo e delle le guance; il mio viso si sorprendeva dei capelli morbidi e naturalmente ondulati. Le mie mani vagavano lungo i fianchi, la schiena, le gambe così sode e lunghe, fino a risalire sotto il vestito di lana per incontrare la pelle liscia del suo culo e la stoffa delle sue mutandine.
Appoggio le dita sul suo sesso, è caldo. Scosto le mutandine ed entro in un mondo liscio, umido, i suoi umori scivolano lungo le mie dita, il pollice è solleticato dal suo pelo rasato che insiste pungente. Sospiri e rumore di baci, cerco dentro la leggera scollatura il contatto con il suo seno, piccolo, sodo, sento i capezzoli duri e dritti. Lei geme si ritrae e poi riavvicina la sua bocca alla mia, scompaio nella nuvola dei suoi capelli.

Non andiamo oltre, non possiamo li, non ne abbiamo il coraggio ancora, il pomeriggio passa tra giri nei reparti, valutazioni di qualche paziente, ritorni nello studio e riprese feroci di baci, lingue che si incrociano mani che esplorano, lei più controllata io mi addentro di più per il suo e mio piacere.
Ci salutiamo alle 18.00 col cuore che batte, io ho ambulatorio lei va a casa. Poi qualcun altro ci aspetta entrambi.

“Voglio fare l’amore con te” ce lo scriviamo, ce lo diciamo, ci organizziamo. Passano un paio di settimane, di baci rubati in ascensore, di toccamenti dentro lo studio, di messaggi, cuoricini, foto osé, ma l’occasione non si crea.

Continua...
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