Gay & Bisex

Pazzia


di Diablus
12.11.2019    |    334    |    0 6.0
"Potrebbe scomparire e riapparire senza sconvolgere nulla..."
Pazzia

Non conobbi legami. Allo sbaraglio andai. A godimenti ora reali e ora turbinanti nell’anima andai dentro la notte illuminata.
Senza renderti conto. All’improvviso esplode nella mente. Una bomba. Non sai più cosa stai facendo. Entri spinto a una voglia insostenibile. Giunto a quel punto non c’è soluzione. Ormai ti conosci troppo bene; sai dove arriverai! E poi? Preferisci pensare solo alla fame che ti attanaglia, per ora. Non puoi fermarti, devi andare avanti, proseguire disordinatamente con quello che non è neanche un piano. Una larva idea, un modo per uscire dalla routine, un modo per sentirti vivo. Ti indicano dove spogliarti e tutta la procedura. Intorno. Nella penombra u, una folla di torsi nudi di tutte le dimensioni e forme:allungate, schiacciate, grasse, filiformi, proporzionate, petti glabri, pelosi, irsuti. Giri vita adiposi, stomaci prominenti, pancette appena evidenti, magrezze insostenibili o addomi ben scolpiti e sotto, l’asciugamano stretto intorno ai lombi: cosce muscolose, grasse, magre, nodose, lunghe, tozze , pelose, vellutate come pesca, su polpacci a colonna, modellati, informi, con la solita abbondanza o scarsezza pilifera. A sorreggere il tutto, piedi: lunghi, magri, grossi, tozzi, proporzionati o sproporzionati. Caleidoscopio di umanità! In sottofondo sinfonia di odori sconosciuti. Pulito, senz’altro, ma con un pizzico di muschio. Le glandole scernono androstenolo. E’ quello che ti dà la nausea. Ne hai troppo di tuo, ma è quello che innesta il desiderio strano. Stavi per dire – perverso – ma ore non è più così Pasolini, Penna, Bellezza e il più raffinato, Kavafis hanno scavato nel tempo. Parafilia. Il Manuale Diagnostico dei disturbi mentali del ’94 fa da spartiacque; segna l’abisso che divide dal 1953, dalle catene di Krafft-Ebing. – Non malattia - , finché i desideri sessuali o le – fantasie – sono contenuti, finché non determinino disagi significativi sul piano dell’adattamento sociale, lavorativo. Finché non s’accende il segnale rosso della patologia, l’intermittenza della malattia. Già, tutto quello che è patologico nell’uomo si tinge di rosso! Rosso come il sangue, come il tramonto, come le labbra.
La flebile luce azzurrata nei locali, disegna gradazioni scure. I colori: travisati, le dimensioni sfocate, prive di profondità. Piatta, evanescente la visione. Potrebbe scomparire e riapparire senza sconvolgere nulla.
Membra nude. Fantasmi fluorescenti. Indifferenti fra loro, in apparenza. Si docciano nelle parti intime sotto piacevoli scrosci di acque azzurre che, livide, baciano la pelle indifesa, cadendo a cascata dall’alto, dove s’annidano le lampade al Led. Rumorosi, da otto getti martellano l’ammattonato in ceramica dell’ambiente unico. Ti adegui, accettando quella nuova nascita sotto la fonte rigeneratrice. Ospite silenziosi, sguardo sfuggente, dissimulano l’ansia, mentre, furtivi, adocchiano il vicino con discrezione, nascondendo la cupida invadenza. Ti asciughi non più di tanto, annodandoti convenzionalmente l’asciugamano sulle anche (pura ipocrisia). Altri fantasmi deambulano nella sala antistante; ciondolano avanti e indietro per svanire dietro una porta o in una vasca ribollente di fumi, di vapore; c’è chi sale, arrampicandosi ad una fredda ringhiera, su per le scale buie, inghiottito da una notte forzata,. Ciascuno tira dietro di sé una fantomatica catena che l’attanaglia al piede dell’altro. Condannati a precipitare nella voragine infernale, i movimenti ovattati nella caligine. Cieco, in un corridoio, avanzi. Deserto in apparenza, rabbrividisci; fiati sulle tue spalle ti raggiungono per pi fuggire lontano. Gli occhi lentamente s’abituano al buio, carpendo il riflesso di toni tenui. Luci non luci, ombre non ombre. L’inizio delle tenebre assolute. Allarmano flebili lamenti alla tua sinistra; guidano vero un corridoio parallelo. Tastando, stabilisci la direzione. Una serie di porte chiuse, grigio azzurre, senza maniglia. La dimensione è accresciuta dalla fantasia, nella penombra; le forme, piatte; l’ambiente anodino. Gemiti soffocati, trattenuti , come un rantolo che non può essere fermato. Percepisci altre presenza , prima di vederle. Non sei più solo. Anime si agitano davanti alla pporta del mistero, ti sono compagne. Si sfiorano senza toccarsi. Vanno su e giù; trepestii di ciabatte intorno all’alcova vietata. Dall’uscio borbottii di parole spezzate; inviti ad agire, ad aggiustare la posizione; rantoli sempre più frequenti. La tensione sale man mano che la bolgia di ansiti s’intensifica. Pescecani impazziti dal sapore del sangue che fiotta dalla ferita della preda. Se potessero si precipiterebbero sugli artefici dell’eccesso, scardinando la porta, avventandosi sui loro corpi per soddisfare la brama che li allupa (il copro anela e cerca). Le convenzioni negano la possibilità e l’andirivieni aumenta incontrollabile. Nessuno ha il coraggio i fermarsi, di origliare, di spiare dalle fessure per paura di essere tradotto davanti al Sant’Uffizio, che non c’è, o solo di essere spedito fuori, - espulso con ignominia - ; nessuno, però, si allontana di molto. La tensione insostenibile raggiunge il diapason oltre il quale la realtà si ferma. D’improvviso, tutto si acquieta. La schiera di dissolve, l’assemblea è sciolta, svanisce con rapidità, delusa. Nel silenzio ritrovato, ombre si appartano. Da lontano però, dall’altra estremità del corridoio, mille occhi scrutano per indagare con discrezione. Tra le cortine della notte forzata, si avverte lo scivolare del chiavistello. Il forziere si chiude!non trapelano luci; solo il movimento di un corpo che sguscia via, rapido; scivola scomparendo alla vista. L’Altro, all’interno, si attarda, prende tempo, forse per consentire al sodale di allontanarsi, forse per tergersi, poi esce annodandosi il corto panno sui lombi. Si ravvia i capelli. Dall’andamento lento s’indovina la soddisfazione che lo gratifica. Ha qualcosa di impalpabile da portare a casa, un trofeo, il senso di possesso, lo svuotamento del desiderio, di un uzzolo tolto. Galleggia leggero sulle gambe
- Finalmente e con che gioia –
- Toccherai terra tu per la prima volta:
- Negli empori fenici indugia e acquista
- Madreperle coralli ebano e ambre
- Tutta merce fina, anche profumi
- Penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi - ,
- Invidia, quella che provi. Anche tu vorresti raggiungere quello stato. Ti senti scuotere nel più profondo del tuo essere. Annullarti anche tu nel buio, nel malessere d’un incontro temuto, da cui, pure, sei calamitato! La verga solleva il panno, manifestando la sua fame. Un compagno anche a te! Non c’è automatismo; non può essere creato quando e come vuoi. È lì, tuttavia, impalpabile, in quella congerie di anime! Vicino, ma irraggiungibile! Ti senti spossato dall’attesa, dall’eccitazione. Ti allunghi su un divano di pelle. Pelle, come la tua; ti viene di girarti per farla provare al turgido strumento di piacere che vibra tra le gambe. Rasenti la disperazione per il vuoto che avvertii.
- Una mano sul dorso, si sofferma, calda, invitante. S’accende la speranza. Lunghe dita scivolano sullo stupore della tua spalla, accarezzano l’omero. Attendono un si, che manifesti la tua eccitazione. Di cosa? Non sai. Sai solo che vorresti che quell’ectoplasma ti stringesse le mammelle. Strisciano le mani a coppa rinserrandosi al tuo petto, come se ti avessero ascoltato, se avessero letto il pensiero. Contemporaneamente, l’indubitabile maschia presenza ti ingombra la schiena; s’insinua fra le chiappe, mentre carezze sempre più pressanti ti costringono a serrare i denti, i capezzoli martoriati dallo strizzare delle sue dita. Lacrimi per il dolore. Vorresti scuoterlo via, scacciarlo il moscone fastidioso, farlo smettere da tanta arrogante intrusione, invece reti a sua disposizione, stropicciato, indolenzito, ferito, eccitato. Con emozione, pieghi la testa all’indietro, mentre ti bacia sulla nuca, sul collo. Ogni centimetro di pelle del tuo dorso aderisce ala suo petto, al suo addome, mentre le bocche si cercano. Una torsione del collo per raggiungere il suo vito. Ti doni alle sue labbra,. Lungo, ruvido, improvviso, caldo bacio. Le lingue si legano, scivolano, s’ingoiano. . Grossa, piatta penetra , la sua. Una spatola che vuole dragare il cavo orale, come dtu scandagli il suo. Salato, viscido, nervoso, vorresti masticarlo quel mollusco, quel gasteropode che ti si annoda in bocca, ti frusta, ti lecca, ti penetra nelle orecchie, impedendoti di sentire alto che il battito del cuore, del sangue che fluisce nelle vene attraverso quell’escrescenza carnosa. Il sesso sbava, dimenticato sul divano, sempre più geloso del piacere riservato all’ipofisi. All’improvviso si riattiva, si drizza. Un sussulto. Un bussare improvviso, l’accostarsi di un corpo estraneo all’occhiello che s’apre fra le chiappe. Appoggia la testa con discrezione, l’invitato, distendendo le crepe dell’ingresso. Lo avverti caldo, suadente, accattivante, allettante, insinuante. Scivola lentamente. Un dolore acuto, profondo ti raggiunge. Fa sobbalzare il cuore, cerchi di sfilarti dal quel bruto che t’invade. Subdolo. Ti possiede. Urtica ora! Vorresti porre fine a quel supplizio, ma il peso dell’anfitrione ti schiaccia sulla seduta del divano, ti toglie il respiro, ti costringe ad ansimare, sudi. Un’ulteriore improvviso scivolamento e tutto il dolore provato ti gratifica nel nirvana del piacere. Finalmente pieno, gravido di pace. Vibrano di due corpi febbricitanti. Infierisce con irruenza l’uno; accetta remissivo l’altro, scossa da brividi. Il piacere è reciproco. Si aggrappa al petto del succubo, - l’insertivo - . Il ricevente rovescia le mani per serrare le cosce di chi tanto profondamente lo marchia, spronandolo nella corsa eccitata. Cerca di garantire con la forze delle sue mani l’adesione completa all’atto concupiscente. Avvinghiati si combattono la battaglia per la sopravvivenza, sicuri di restarne esangue entrambi. – Di gioia mi profuma la vita la memoria/dell’ora che fu la mia voluttà che volli. –
- Violento sprazzo t’invade, ti sommerge,. Annaspi, ti manca il fiato. Provi l’impellente necessità di riemergere dal nero Stige, di prendere fiato. Una mano carpisce l’asta del tuo piacere che a vuoto s’induriva, lumacando sul divano. L’agita, ti rapisce, ti porta in estasi. – Dolorosa gioia nel petto ti sconvolge/mentre ti porta al limite della lasciva scossa. – d’improvviso avverti il prolasso dai lombi, il flusso t’invade le cosce. Caldo liquido, vorresti berlo, ma la bocca è troppo lontano. La mente vaga, trascende, finché un sospiro, profondo, ti squassa il petto. Uno scalpiccio d’introno si materializza ti sembra un coro di angeli. Si solleva il druido, ti bacia ancora, vorresti trattenerlo, ma non ne hai fla forza. Infila le ciabattine infradito, stringe in fretta l’asciugamano ai fianchi, si volta e furtivo svanisce. Vorresti trattenerlo, chiamarlo, pregarlo di restare. Ma non sai come si chiama, non sai come sia, non sai perché t’ha preso.
- - Ormai la loro voluttà/vietata/ è consumata. S’alzano, si vestono/frettolosii e non parlano. / Sgusciano via furtivi e separati.
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